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IGHINA FU FORSE UNO DEI PIU’ GRANDI GENI INCOMPRESI DEL 900

Nato nel 1908 a Milano e morto a Imola nel 2004, fu da sempre affascinato dal mondo dell’elettromagnetismo e dedicò la sua vita a realizzare invenzioni incredibili, a volte non accettate dalla scienza ufficiale poichè giudicate troppo stravaganti. Non fu mai preso molto sul serio, ma le sue scoperte ed invenzioni furono allo stesso tempo misteriose e a dir poco rivoluzionarie. Per anni fu assistente di Guglielmo Marconi, dal quale carpì alcuni segreti sulla fisica che gli sarebbero serviti per le sue future teorie, si dice che addirittura Marconi avrebbe chiesto a Ighina di procedere con i suoi studi dopo la sua Morte, Poichè stava lavorando su cose molto importanti come il leggendario "raggio della morte" e stava conducendo studi sul magnetismo molto particolari. A soli 16 anni formulò una teoria: L’atomo magnetico, che lui stesso definisce "la colla della materia". Questa scoperta sarebbe basata sul magnetismo del sole che invierebbe alla terra cariche positive a spirale e che a sua volta le rimanderebbe indietro con carica negativa, questo meccanismo con le sue pulsazioni regolerebbe tutta la vita presente sulla terra.

CON L’USO DI QUESTE SCOPERTE SI POTREBBE CREARE O DISTRUGGERE LA MATERIA

Controllare la vita e il nostro pianeta stesso. Ighina realizzò una macchina che a quanto disse era in grado di controllare le condizioni atmosferiche, la macchina era formata da una grande elica rotante che aveva alla base polvere di vari metalli e alcuni magneti, non si è mai capito bene il principio di funzionamento ma era una sorta di elettrocalamita che sarebbe servita ad attirare o a mandare via le nuvole. Ci sono video e testimoni oculari del funzionamento della macchina; una scolaresca delle elementari si recò in visita in una giornata piovosa al laboratorio di Ighina, lui già novantenne alla vista dei bambini decise di dare una dimostrazione del funzionamento della macchina, cosa molto rara in quanto era una persona molto schiva. Disse alla scolaresca: tra 20 minuti ci sarà il sole! Mise in funzione l’elica e sorprendentemente dopo 20 minuti, in una giornata dove non si vedeva uno spicchio di cielo si aprì un varco di bel cielo azzurro. I bambini in visita applaudirono felici Ighina, che disse teneramente che quella fù la pi grande soddisfazione della sua vita. Un caso? Difficile…ma tutto possibile…

A SOSTEGNO DELLA TEORIA DI IGHINA CI FU UN ALTRO AVVENIMENTO

o meglio una serie di avvenimenti che potrebbero dimostrare il reale funzionamento della sua macchina. L’anziano scienziato risiedeva da anni in un podere adiacente all’autodromo di Imola, come sappiamo il rumore dei motori di un gran premio molto fastidioso ed essendo una persona amante della tranquillità (per questo lavorava sempre di notte) era molto disturbato dalle macchine che gli correvano praticamente sotto casa. Fece una dura battaglia con l’organizzazione del gran premio, ma non fu mai ascoltato, perciò decise di vendicarsi a suo modo…Si dice che Ighina avrebbe fatto piovere varie volte in occasione del gran premio di formula uno, in giornate di sole poco prima della partenza si scatenavano veri e propri nubifragi che lasciarono sbalorditi tutti gli esperti di meteo e gli stessi organizzatori del GP, se si guardano le statistiche si nota incredibilmente che durante i giorni del gran premio, che si svolgeva sempre d’estate, c’era un grado di piovosità molto anomalo per il periodo. Ma ci sono anche prove video del funzionamento della macchina, nel novembre 1998 Ighina ormai novantatrenne concesse una delle rare interviste della sua vita alla rai, dove dimostrò il funzionamento della sua creazione, possiamo vedere il video da yotube:

SE ANCHE QUESTA PROVA VIDEO NON BASTASSE

ci sono molti testimoni che videro di persona la macchina in funzione e tutti furono concordi sul corretto funzionamento. La possibilità di comandare il meteo fu già dimostrata anni prima da Wilhelm Reich che mise a punto il Cloudbuster (acchiappa nuvole), che sfruttava l’energia orgonica, ma come Ighina non venne mai preso sul serio e venne addirittura arrestato e le sue pubblicazioni distrutte, forse un invenzione come quella di questi due scienziati sarebbe stata troppo scomoda per qualcuno? Ighina oltre alla macchina per il meteo aveva ipotizzato che con l’approfondimento degli studi sull’atomo magnetico si potevano fare cose incredibili come curare malattie o prevenire i terremoti. Cosa avesse scoperto Pierluigi Ighina ancora un mistero, o meglio, lo è ora per noi, forse se la scienza ufficiale lo avesse ascoltato di più invece di non prendere sul serio le sue teorie, la situazione sarebbe ora molto più chiara. Forse se tutto questo fosse stato vero e fosse stato approfondito, avremmo risolto molti problemi del mondo; pensate se si potesse far piovere in africa dove c’è gente che non può coltivare per via del clima e soffre la fame… Ighina diceva di essere 30 anni avanti agli altri scienziati, di certo l’elettromagnetismo è l’ultima frontiera della scienza, gli scienziati più importanti del 900 come Nikola Tesla, Guglielmo Marconi e tanti altri, ne avevano intuito il potenziale e avevano iniziato studi rivoluzionari, inoltre se pensiamo che ovunaque c’è elettromagnetismo c’è un mistero (Ighina, raggio della morte, coral castle etc etc.) viene da pensare anche che c’è ancora molto da scoprire su questo campo

NEWS: LE STRAORDINARIE SCOPERTE DI IGHINA

 

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DOPO LE ANOMALIE METEREOLOGICHE E DISASTRI CLIMATICI IN EUROPA E USA

ecco che qualcosa sta accadendo nello spazio. I tornado sono ben noti per causare un enorme caos sulla Terra, ma chi avrebbe mai immaginato che una serie di tornado avrebbe colpito anche altre aree del nostro sistema solare. La sonda spaziale Solar Dynamics Observatory (SDO) della NASA ha catturato le immagini di una serie di tornado sulla superficie del Sole, fenomeno della durata di circa 38 ore, il che rappresenta una attività "potenzialmente pericolosa nell’ambito della meteorologia spaziale". Secondo la NASA, le immagini sono state catturate il 3 e il 4 Giugno 2013 e nel video in versione accelerata mostra il "movimento del plasma che supera la superficie" del Sole, un effetto comunemente noto come "tornado solari". Esperti dell’Agenzia Spaziale statunitense (NASA) hanno spiegato che questa serie di fenomeni meteorologici spaziali possono essere devastanti, come lo possono essere sulla Terra, ma mai si era vista una cosa simile sul Sole.

NEWS: ADESSO SUL SOLE ARRIVANO I "TORNADI" DI PLASMA

 

Richard French relatore al congresso Citizen Hearing on Disclosure

Richard French è un ex tenente colonnello dell’Air Force statunitense che negli anni ’50 del secolo scorso era uno dei responsabili del progetto Blue Book: il suo compito era quello di scovare e derubricare i falsi rapporti ufo.

Data la sua mansione, l’ex militare mai avrebbe immaginato che un giorno sarebbe finito nel faldone dei casi ufo come testimone dell’attività extraveicolare di due alieni impegnati nella riparazione del loro disco volante.

L’83enne ufficiale in pensione ha raccontato della sua esperienza nel recente congresso ‘Citizen Hearing On Disclosure’ tenutosi a Washington DC organizzato dalle maggiori associazioni ufologiche per spingere i governi mondiali a rivelare finalmente la verità sull’attività aliena sul nostro pianeta.

L’ex colonnello ha raccontato quello che è conosciuto come ‘Incidente di Terranova’, un avvistamento avvenuto nei primi anni del 1950, quando due ufo furono visti da molte persone al largo della costa di Saint Jonh. I superiori di French gli ordinarono di occuparsi del caso.

“Mi dissero che avevano un rapporto ufo e volevano che indagassi”, racconta French all’Huffington Post. “Mi dissero che uno l’ufo era stato visto sotto la superficie del mare. Quando arrivammo sul posto c’erano numerose persone sulla banchina che guardavano con stupore la superficie del mare, tra cui diversi poliziotti del posto”.

French ricorda che l’acqua era molto chiara e che si potevano vedere due velivoli circolari, ognuno dei quali di circa 18 metri di diametro e circa 3 metri di spessore. I due oggetti galleggiavano sotto la superficie dell’acqua ad un paio di metri l’uno dall’altro e a non poi di 20 metri dalla riva. E poi, vide due essere in acqua vicino ai velivoli.

“La prima cosa che vidi furono gli ufo. Era evidente che erano impegnati in qualche attività, ma non sono stato in grado di dire cosa. I due dischi non si trovavano sul fondale, ma a circa a metà altezza dalla superficie”, continua French.

“Poi vidi i due esseri: erano alti circa 2 o 3 metri, erano di colore grigio chiaro, molto sottili, con le braccia lunghe e con due o tre dita. La parte superiore della testa era molto ampia rispetto alla linea della mascella e gli occhi molto inclinati”.

Secondo il racconto dell’ex militare dell’Air Force, una delle navi ha poi cominciato ad emergere dal mare, “Quando è uscito dalla superficie, il velivolo viaggiava a circa 150 miglia orarie.

Poi, dopo qualche istante, ha cominciato a muoversi alla velocità straordinaria di 2500-3000 miglia all’ora, per poi scomparire all’orizzonte.


Il velivolo, incredibilmente, torno circa 20 minuti più tardi, rallentando quasi fino a fermarsi, per poi rientrare nell’acqua”.

French racconta che dopo altri 20 minuti le due navi si sono mosse insieme, ancora una volta cominciando lentamente per uscire dal mare, accelerando repentinamente una volta raggiunta l’alta atmosfera. “Credo stessero eseguendo delle riparazioni alla nave, con relativo collaudo per capire se le riparazioni fossero adeguate”, ipotizza French.

Per ironia della sorte, la funzione di Richard French nell’ambito del Progetto ‘Blue Book’ era quello di scovare e smentire i falsi casi ufo. Che tipo di rapporto ha potuto consegnare dopo aver assistito personalmente ad un caso così eclatante?

Dato che all’epoca l’ex militare rifiutava le storie di UFO, presentò una informativa fittizia, nella quale considerava queste navi come qualcosa di sconosciuto. “Scrissi che si trattava di qualcosa che non conoscevamo, qualcosa di forestiero o irriconoscibile”, ammette French.

“Ad ogni modo, penso senza dubbio che si trattasse di ufo e credo che a bordo ci fossero degli alieni. Non avevo alcun dubbio nella mia mente su ciò che ho visto, ma il mio compito era quello di sfatare la storia, così feci del mio meglio per riuscirvi”.

L’evento di Terranova e dei presunto alieni è avvenuto circa 60 anni fa, molto tempo prima che tutti avessero uno smartphone sempre disponibile per scattare qualche foto. Ma, nonostante non esista nessuna documentazione visiva a comprovare il rapporto, si tratta ancora di una delle migliori testimonianze ufologiche esistenti.

NOI E GLI EXTRATERRESTRI: EX MILITARE RICHARD FRENCH: "VIDI DUE UFO E ALIENI ALTI E SOTTILI NEL MARE"

 

I rapimenti alieni a teatro. In Australia, la prossima estate, andrà infatti in scena una pièce senza precedenti,  incentrata proprio sulle abduction. L’opera, che si intitola Alienation”,  si basa su interviste realizzate con uomini e donne che credono di aver vissuto un simile “incontro ravvicinato del IV tipo“. Gli autori hanno avuto una consulente d’eccezione: la psicoterapeuta e scrittrice Mary Rodwell. 

La professionista, da almeno due decenni, aiuta le persone convinte di essere rimaste vittime di un rapimento ad opera degli extraterrestri. In questi vent’anni, dice, ha avuto in cura circa 1200 australiani. La Rowell ha fondato, allo scopo, l’associazione “Australian Close Encounter Resource Network” e ha creato anche un gruppo di ascolto e di sostegno  psicologico a Perth: in questa sola città, gli addotti- o presunti tali- sarebbero ben 400. 

“Appartengono ad ogni ceto sociale: sono casalinghe e bambini, contadini e avvocati, studenti e professori, persino psicologi. Molti hanno tuttora degli incontri ravvicinati”, ha raccontato al quotidiano di Perth. “Lo so, suona tanto come una storia da “X-Files”, ma la verità è che viviamo in un universo di miliardi di stelle ed è molto improbabile che l’unica forma di vita esistente sia la nostra.”

Gli addotti avrebbero avuto contatti con diverse tipologie di E.T., addirittura una sessantina. Molte esperienze hanno incluso un giro in disco volante. La psicoterapeuta ha elencato le caratteristiche comuni di questi racconti, spesso emerse durante una sorta di ipnosi che permette al soggetto di ripercorrere quanto accaduto e di recuperare i ricordi sepolti nell’inconscio.

“Un raggio luminoso li preleva, li porta su un piccolo mezzo volante dal quale poi arrivano sull’astronave madre”- ha detto la Rodwell. “Ci sono delle entità accanto a loro, vedono delle luci intense, sono messi sopra dei tavoli sui quali vengono effettuate delle procedure mediche.  Sulle astronavi, sono indottrinati su alcuni particolari argomenti. Alcuni di loro, specie i bambini, lo ricordano consapevolmente. Molti vivono episodi di missing time. Possono anche trovare, sul loro corpo, dei segni, come punture d’ago legate alla microchirurgia e a taluni vengono lasciati dei piccolissimi impianti“.

Insomma, tutto il repertorio che abbiamo visto nei film e letto nei romanzi. Ma per l’autrice del libro “Awakening: How Extraterrestrial Contact Can Transform Your Life” (“Risvegli: come un contatto alieno può trasformare la tua vita”) non si tratta affatto di fantasie nè tantomeno di allucinazioni. Anzi: le ritiene assolutamente reali. Possono accadere a chiunque- a gente normale, sana di mente. Talvolta ciò avviene in piena consapevolezza, ma molto più spesso chi ne è vittima non se ne rende conto. Perchè gli incontri alieni possono avere diverse manifestazioni.

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Mary Rodwell, ipnoterapeuta
e ricercatrice Australiana

Ecco perchè il processo del “risveglio”, ovvero della presa di coscienza di questa realtà multidimensionale, non è semplice. Eppure- assicura Mary Rodwell- chi riesce a metabolizzare questa esperienza traumatica ne trae giovamento: il risultato è un radicale cambiamento del proprio stile di vita, che comporta anche una maggiore spiritualità. Tanto che la ricercatrice assicura:  ”Gli alieni si stanno mostrando all’umanità perchè ciò rientra in un piano di lenta desensibilizzazione“.

Questo, per quanto riguarda la gente comune. Perchè invece i contatti con i Governi e i vertici militari avrebbero prodotto altri effetti. Dai visitatori stellari, infatti, le lobby di potere avrebbero ottenuto le indicazioni per sviluppare gli ultimi ritrovati della moderna tecnologia: dalle fibre ottiche ai visori notturni, dal Teflon ai microchip.

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NOI E GLI EXTRATERRESTRI: LA PSICOTERAPEUTA MARY RODWELL: "GLI ADDOTTI IN AUSTRALIA SONO 1200"

 

In che modo la percezione che abbiamo dell’Universo e del tempo cosmico influenza la vita di ogni giorno? E se il tempo fosse solo un’illusione?

I ‘ribelli’ che si oppongono alla teoria del Big Bang hanno come obbiettivo quello di affrontare il concetto di tempo; sono filosofi tanto quanto cosmologi, insoddisfatti dalla teoria del Big Bang, indifferenti alla teoria delle stringhe e non convinti dal multiverso. Julian Barbour, fisico britannico, autore e maggior esponente dell’idea della fisica senza tempo, è uno di questi ribelli – ed è così profondamente convinto della sua ipotesi da aver ripudiato l’intero mondo accademico. La soluzione di Julian Barbour al problema del tempo applicato alla fisica e alla cosmologia è tanto chiaro quanto radicale: afferma, infatti, che il tempo, semplicemente, non esiste.

‘Se provate a tenere il tempo in una mano, vi scivolerà sempre tra le dita’, afferma Barbour. ‘Le persone sono convinte che il tempo sia lì, ma non lo si può afferrare e penso che non sia possibile trattenerlo semplicemente perché non c’è’. Barbour parla con un disarmante fascino inglese, rivelando una ferrea risolutezza ed una profonda fiducia nella propria teoria; la sua prospettiva estrema deriva da anni ed anni di studi approfonditi sia nel campo della fisica classica che quantistica.

TempoIsaac Newton pensava al tempo come ad un fiume che scorre ovunque con la stessa portata; Einstein cambiò questa visione unificando spazio e tempo in un’unica entità in quattro dimensioni, ma anch’egli fallì nel tentativo di contrastare la visione del tempo come unità di misura delle trasformazioni del mondo che ci circonda. Secondo quanto dichiarato da Barbour la questione deve essere affrontata da una prospettiva completamente diversa; è, cioè, necessario pensare che siano i cambiamenti a creare l’illusione dello scorrere del tempo e non viceversa. Rievocando il fantasma di Parmenide, Barbour percepisce ogni singolo attimo nel suo insieme, come entità a se stante, reale e completa. Chiama questi momenti gli ‘Adesso’.

‘Mentre viviamo ci muoviamo in una successione di Adesso’, afferma Barbour, e la domanda da porsi è: ‘cosa sono queste entità?’ Secondo lo studioso ogni Adesso è una combinazione di tutti gli elementi dell’Universo. ‘Abbiamo la forte impressione che ogni cosa abbia una posizione definita in relazione con qualcos’altro e il mio scopo è quello di riuscire a prescindere da tutto ciò che non possiamo vedere (direttamente o indirettamente) e accettare semplicemente l’idea che esistano molte situazioni coesistenti nello stesso momento. Ci sono semplicemente gli Adesso, niente di più e niente di meno’.

Questi Adesso si possono immaginare come pagine di un libro, strappate dalla copertina e gettate alla rinfusa sul pavimento; in questo caso ogni foglio è di fatto un entità a se stante che esiste separatamente dal tempo. Ponendo poi le pagine in un ordine specifico, e osservandole nella loro progressione, si avrà una narrazione lineare; ma non ha importanza quanto accuratamente vengano riordinate, perché ognuna si manterrà comunque completa e indipendente. Come afferma Barbour, ‘Il gatto che salta non è lo stesso gatto che atterra’. La fisica della realtà è, secondo lo scienziato, lo studio di questi Adesso, considerati nel loro insieme. Non esiste un momento passato che scorre verso uno futuro, ma, al contrario, tutte le possibili configurazioni dell’Universo, ogni possibile ubicazione di ogni singolo atomo nell’intero creato, esistono simultaneamente. Gli ‘Adesso’ di Barbour si trovano tutti in un vasto reame platonico assolutamente e completamente privo di tempo.

‘Ciò che davvero mi intriga’, dice Barbour, ‘è il fatto che la totalità di tutti gli Adesso possibili possiede una struttura molto particolare. Si può prendere come esempio il paesaggio di uno stato. Ogni punto di questo territorio è un Adesso; io chiamo questa terra Platonia, in quanto è senza tempo ed è stata creata seguendo regole matematiche’. Il problema del ‘prima’ del Big Bang non si pone per Barbour, in quanto la sua cosmologia non ha tempo. Tutto esiste in uno scenario di configurazioni, il paesaggio degli Adesso. ‘Platonia è la reale arena dell’Universo’, dichiara ‘e la sua struttura influenza tutto ciò che è legato alla fisica, classica o quantistica, ed ha un ruolo al suo interno’. Secondo Barbour, il Big Bang non è un’esplosione avvenuta in un passato remoto, ma solamente un posto particolare all’interno di Platonia, il suo territorio occupato da Adesso indipendenti.

A proposito del tempo: L’illusione del passato emerge perché ogni Adesso in Platonia contiene elementi che appaiono come ‘ricordi’, per esprimersi nel linguaggio di Barbour. ‘L’unica prova che si ha dell’esistenza della scorsa settimana sono i ricordi ad essa legati. Ma la memoria deriva da una struttura stabile di neuroni che agisce nella mente in questo istante. Le uniche prove certe che abbiamo del passato della Terra sono le rocce e i fossili, che però sono strutture solide formate da composizioni di minerali che noi esaminiamo nel presente. Voglio dire che tutto ciò che abbiamo sono questi ricordi e si possono avere solo in questo Adesso’. La teoria di Barbour spiega l’esistenza di queste memorie attraverso relazioni tra gli Adesso all’interno di Platonia; alcune di queste entità sono legate ad altre nel paesaggio anche se non esistono simultaneamente.

Tempo

Questi collegamenti danno l’apparenza di ricordi allineati in una sequenza che va dal passato al futuro, ma, nonostante questa apparenza, l’attuale corso del tempo da un Adesso verso un altro non esiste. ‘Pensate ai numeri interi’, spiega, ‘ogni numero intero esiste simultaneamente, ma alcuni sono legati in strutture, come le serie di numeri primi o quelli della serie di Fibonacci’. Il numero 3 non era in passato il numero 5, così come l’Adesso del gatto che salta dal tavolo non appartiene al passato rispetto all’Adesso del gatto che atterra sul pavimento. Passato e futuro, inizio e fine, sono semplicemente scomparsi all’interno della fisica di Barbour e non si facciano errori, in quanto egli sta effettivamente esponendo teorie fisiche. ‘So che l’idea è sconvolgente’, dice, ‘ma possiamo usarla per fare previsioni e descrivere il mondo’. Con il suo collaboratore ha pubblicato una serie di saggi che dimostrano come la relatività e la meccanica quantistica emergono naturalmente dalla fisica di Platonia. La perfetta disposizione senza tempo degli Adesso nello scenario di Platonia è la più radicale delle soluzioni all’enigma del Prima, ma la sua audacia rivela una strada alternativa rispetto a quella seguita dalla storia della scienza. In un’epoca in cui la ricerca della gravità quantistica ha moltiplicato le dimensioni e la scoperta dell’energia oscura ha costretto i cosmologi alle loro lavagne, tutti i fondamentali sembrano a portata di mano.

Barbour vuole fare un passo indietro e offrire la risposta ‘senza tempo’ ad una domanda basilare: ‘Che cos’è il tempo?’

Questo è un estratto dal libro di Adam Frank About Time: Cosmology and Culture at the Twilight of the Big Bang, disponibile in versione cartacea, tratto dal capitolo intitolato “The End of Begininnings and the End of Time”, che tratta delle alternative radicali al Big Bang.

Autore: Adam Frank / Fonte originale: m.popsci.com / Tradotto per ECV sa Fabrizia Beltramone / Fonte: eccocosavedo.blogspot.it

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NOI E GLI EXTRATERRESTRI: IL TEMPO NON ESISTE: "E’ UNA ILLUSIONE", LO DICE LA FISICA

 

Una nuova voce autorevole si unisce al coro di guide spirituali e capi religiosi che pubblicamente hanno parlato della vita nel cosmo e dell’esistenza di altre forme di vita simili alla nostra. Questa volta è stato Sua Santità il Dalai Lama che ha affrontato l’argomento durante un meeting tenutosi lo scorso 9 maggio all’Università di Portland (Oregon, USA) intitolato ‘Universal Responsibility and the Inner Environment‘. Tra i primi che ne ha dato notizia troviamo il giornalista Stephen Cook con un pezzo intitolato “Dalai Lama Discloses: Visitors from Other Galaxies are the Same as Us“. Durante il suo public speaking il Dalai Lama è entrato nell’argomento ricordando come “siamo tutti Uno”, tutti gli uomini e ogni essere vivente possiedono dentro di sè una scintilla divina ma sia la ‘paura’ di sentirsi diversi dagli altri ad ingenerare in noi la distanza interiore ed umana all’origine del disagio e dei problemi che incombono sul nostro pianeta.

Ampliando questo concetto il Dalai Lama ha proposto all’auditorio un semplice esempio. Come percepiremmo esseri provenienti da altri mondi se li trovassimo davanti a noi? La diversità provocherebbe in noi paura!

La ‘diversa’ natura di questi esseri rispetto alla nostra, genererebbe distanza tra le due realtà trasformandosi ben presto in terrore e ingenerando sentimenti negativi.

Il Dalai Lama ha però precisato che dovremmo accogliere e considerare i ‘Visitatori Galattici’ come “uguali a noi … stringendogli la mano, nel caso le possedessero“. Parole semplici ma che affondano nel cuore della questione su molti livelli.

Nascendo da una costola dell’induismo, circa nel VI secolo a.C., il buddismo possiede fin dai suoi albori la ‘consapevolezza’ che il cosmo non è stata la casa solo del genere umano ma che innumerevoli altre forme di vita popolano la sua vastità fin dalle origini del tempo.

Un passo emplematico e suggestivo a tale riguardo può essere trovato in uno dei testi più antichi del buddismo, l’Acchariyābbhūtadhamma Sutta, in cui vengono riportate le parole dirette di Siddharta Gautama.

Parlando del luogo in cui risiedono e vivono gli ‘Dei’ il Budda affermò che queste si trovano nelle “… nere, cupe regioni immerse nell’oscurità, tra i sistemi dei mondi, dove non può arrivare la potente e maestosa luce del nostro Sole e della Luna“. Passi criptici e sibillini ma che risentono fortemente delle influenze induiste che fin dalle epoche più remote parlarono dei Loka, i pianeti fisici in cui risiedono i Deva, gli dei.

Lasciamo al lettore le sue conclusioni, personalmente ci siamo formate le nostre.

[E' possibile ascoltare il punto specifico oggetto di questo articolo in cui il Dalai Lama parla di "visitatori da altre galassie" tra il minuto 36 e il 37 della registrazione sottostante.]

Non è la prima volta però che il più alto rappresentante del buddismo parla di vita nel cosmo e di esseri intelligenti su altri pianeti. Già agli inizi del 2000 John Mack, docente di psichiatria ad Harward e studioso del fenomeno abduction aveva avuto modo di interloquire con il sommo rappresentante del buddismo e convenire sulla reale esistenza di esseri viventi su altri pianeti nonché esporre i propri studi sul fenomeno dei rapimenti alieni.

Tale colloquio era stato inizialmente documentato e filmato per essere inserito nel documentario Dalai Lama Renaissance, Wakan Films e Khashyar Darvich (2007), ma in post-produzione gli autori avevano deciso di non includere tale sequenza. Una intervista successiva rilasciata da John Mack lasciava però nella storia una traccia di questo eccezionale incontro, eccola:

Mack presents the Dalai Lama with a copy of his book Abduction: Human Encounters with Aliens in 1999 (C) - by Carl Studna

John Mack mentre offre al Dalai Lama una copia del suo libro Abduction: Human Encounters with Aliens (C) – by Carl Studna 1999

Una nuova pagina viene scritta negli annali della nostra storia, parole che devono farci riflettere e meditare profondamente! Lontano da faziosità e fanatismi esiste una sola verità, raggiungibile attraverso diverse strade ma che sembrano portare tutte alla medesima meta. Quanto espresso dal Dalai Lama pone nuova luce ad un concetto fondamentale, la presenza di altre forme di vita nel cosmo ma allo stesso tempo ci indica una strada da seguire, un percorso che ritrovi nella purezza del cuore e delle emozioni una via di incontro ed una lezione di umiltà per saper accogliere ciò che apparentemente sembra diverso considerandolo come uguale a noi!

Finchè però non riusciremo a comprendere ed applicare questo concetto sul nostro pianeta, sarà difficile potersi rapportare equanimamente con esseri provenienti dalle stelle.

Enrico Baccarini© fonte

NOI E GLI EXTRATERRESTRI: IL DALAI LAMA: “I VISITATORI DI ALTRE GALASSIE SONO COME NOI”

 

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Discriminate da un mondo accademico maschilista, molte scienziate si sono viste negare il giusto riconoscimento. Ecco sei casi fra i più clamorosi.

Ad aprile, Christie’s ha battuto per 6 milioni di dollari la lettera in cui lo scienziato Francis Crick descriveva al figlio dodicenne il DNA. Nel 1962, Crick, assieme ai colleghi James Watson e Maurice Wilkins vinse il Premio Nobel per aver scoperto la struttura del DNA.

Per molti, è stata un’occasione per ricordare un nome che mancava fra quelli incoronati nella cerimonia a Stoccolma: Rosalind Franklin (nella foto), la biofisica inglese che lavorò alla ricerca fornendo dati essenziali per Crick e Watson, ma il cui lavoro rimase privo di riconoscimenti.

Franklin non fu la prima donna ad aver subito le ingiustizie di un mondo, come quelo della scienza, dominato dai maschi, ma il suo caso è forse uno dei più plateali, commenta Ruth Lewin Sime, professoressa di chimica in pensione del Sacramento City College e studiosa della scienza al femminile.

Casi come quelli di Marie Curie o di Rita Levi Montalcini spiccano ancora come eccezioni: nei secoli, molte donne hanno lavorato come "volontarie" nelle università, hanno visto assegnare il merito delle proprie ricerche e delle loro scoperte a colleghi maschi, e hanno finito per essere dimenticate dai libri di testo.

Con poche risorse a disposizione e lottando duramente per ottenere risultati importanti, tante donne hanno finito per vederli "attribuiti ai mariti o ai colleghi di sesso maschile", dice Anne Lincoln, una sociologa della Southern Methodist University in Texas, che ha studiato i pregiudizi nei confronti delle donne in ambito scientifico.

Oggi l’atteggiamento nei confronti delle donne che lavorano nella scienza è cambiato, dice Laura Hoopes del Pomona College in California, ma la diffidenza nei loro confronti è tutt’altro che svanita.

In questa fotogalleria, presentiamo sei scienziate che hanno svolto ricerche fondamentali, ma i cui nomi forse non vi diranno molto: e la ragione è, semplicemente, che sono donne.

Jocelyn Bell Burnell

Nata in Irlanda del Nord nel 1943, Jocelyn Bell Burnell nel 1967 scoprì le pulsar mentre era una studentessa di dottorato in radioastronomia a Cambridge.

Le pulsar sono i resti di stelle massicce diventate supernove. La loro stessa esistenza dimostra che quelle stelle gigantesche non scompaiono nel nulla, ma lasciano dietro di sé delle piccole stelle rotanti, incredibilmente dense.

Bell Burnell individuò i segnali ricorrenti rilasciati dalla loro rotazione analizzando qualcosa come 5 chilometri di carta su cui erano riportati i dati di un radio telescopio che stava contribuendo ad assemblare.

Il risultato venne giudicato nel 1974 meritevole di un premio Nobel per la fisica, che però venne assegnato a Anthony Hewish – il supervisore di Bell Burnell – e a Martin Ryle, un altro radioastronomo di Cambridge.

Ciò generò un’ondata di simpatia per Bell Burnell, che in una recente intervista a NG ha detto: "L’idea che la gente aveva all’epoca della scienza è che fose una cosa da uomini di una certa età che avevano sotto di sè una pletora di assistenti a cui non era richiesto di pensare, ma di fare ciò che veniva loro detto".

Nonostante la simpata nei suoi riguardi e lo straordinario lavoro svolto, Bell Burnell – oggi visiting astronomy professor alla University of Oxford – continuò a subire il trattamento riservato alle donne in ambito accademico.

"Non mi sono sempre occupata di ricerca", spiega: molte delle posizioni da astrofisico che le venivano offerte erano in ruoli amministrativi.

Inoltre, prosegue la scienziata, "era difficilissimo conciliare famiglia e carriera": l’università per cui lavorava, ad esempio, non contemplava il congedo di maternità.

Da allora a oggi, l’astrofisica è diventata piuttosto protettiva nei confronti delle donne in ambito accademico; se alcune istituzioni forniscono supporto, Bell Burnell ritiene necessario un sistema più consolidato e diffuso per aumentare il numero delle donne che fanno ricerca.

Di recente ha presieduto un gruppo di lavoro della Royal Society of Edinburgh, incaricato di individuare una strategia per incrementare in Scozia la presenza femminile in settori quali scienza, tecnologia, ingegneria e matematica.

Esther Lederberg

Nata nel 1922 nel Bronx, microbiologa, Esther Lederberg ha posto le basi per numerose scoperte nel campo dell’ereditarietà genetica nei batteri, nella regolazione e nella ricombinazione genica.

La sua scoperta più famosa è forse il batteriofago lambda, un virus che infetta i batteri, da lei isolato nel 1951, mentre lavorava all’Università del Wisconsin.

Assieme al suo primo marito, Joshua Lederberg, Esther mise a punto anche una tecnica per trasferire le colonie batteriche da una capsula di Petri all’altra, permettendo lo studio della resistenza agli antibiotici. Il metodo Lederberg, detto anche replica plating o piastratura delle repliche, viene usato tuttora.

Anche grazie all’invenzione del metodo, Joshua Lederberg fu premiato con il Nobel per la medicina del 1958, che condivise con George Beadle e Edward Tatum.

Esther invece non ottenne mai il Nobel. "Eppure lo avrebbe meritato per la scoperta del batteriofago lambda, il suo lavoro sul fattore di fertilità F, e soprattutto per la piastratura delle repliche", sostiene Stanley Falkow, microbiologo in pensione e suo collega all’Università di Stanford.

Esther Lederberg fu anche discriminata all’Università, aggiunge Falkow, che nel 2006 tenne l’elogio funebre della scienziata. "Ha dovuto combattere anche solo per essere nominata professore associato, mentre meritava sicuramente il posto di ordinario. Ma il suo non era certo l’unico caso: a quell’epoca le donne erano trattate molto male nel mondo accademico".

Chien-Shiung Wu

Nata a Liu Ho, in Cina, nel 1912, Chien-Shiung Wu rovesciò completamente una legge della fisica e partecipò alla costruzione della bomba atomica.

Wu fu reclutata dalla Columbia University negli anni Quaranta e partecipò al Progetto Manhattan – quello che appunto portò alla costruzione della bomba – facendo ricerca nel campo della rilevazione delle radiazioni e dell’arricchimento dell’uranio. Dopo la guerra restò negli Stati Uniti e divenne una dei migliori fisici sperimentali dell’epoca, assicura Nina Byers, docente di fisica in pensione dell’Università della California di Los Angeles.

A metà degli anni Cinquanta due fisici teorici, Tsung-Dao Lee e Chen Ning Yang, si rivolsero a Wu perché li aiutasse a mettere alla prova la loro ipotesi sulla parità in meccanica quantistica. Fino ad allora si riteneva che due sistemi fisici (ad esempio due atomi) che fossero uno lo specchio dell’altro si sarebbero comportati sempre allo stesso modo. Usando per i suoi esperimenti il cobalto 60, un isotopo radioattivo del cobalto, Wu contribuì a falsificare questa legge, introducendo il concetto della violazione di parità.

Fu una pietra miliare nella storia della fisica, che nel 1957 valse il premio Nobel a Yang e Lee. Ma Wu fu ignorata: "Fu uno scandalo", ricorda Byers.

Pnina Abir-Am, storica della scienza alla Brandeis University, aggiunge che oltre al genere anche l’origine etnica penalizzò Wu. La scienziata è morta a New York nel 1997.

Lise Meitner

Nata a Vienna nel 1878, Lise Meitner diede un contributo essenziale alla scoperta della fissione atomica – la capacità di spezzare in due il nucleo atomico – che a sua volta condusse alla messa a punto della bomba atomica.

Nel corso della sua vita Meitner subì ogni tipo di discriminazione: di genere, politica ed etnica.

Dopo aver conseguito un dottorato in fisica all’Università di Vienna, Meitner si trasferì a Berlino nel 1907, e cominciò una collaborazione con il chimico Otto Hahn che sarebbe durata per più di trent’anni.

Dopo l’annessione dell’Austria alla Germania nazista, nel 1938, Meitner, che era ebrea, fuggì a Stoccolma, da dove continuò a collaborare con Hahn per corrispondenza. I due si incontrarono anche in segreto a Copenaghen nel novembre di quell’anno.

Hahn aveva condotto esperimenti che corroboravano l’idea della fissione nucleare, ma non era in grado di elaborare una teoria che spiegasse i risultati. Furono Meitner e suo nipote, Otto Frisch, a mettere a punto quella teoria.

Hahn pubblicò i risultati senza citare Meitner come coautrice. Secondo diversi resoconti dell’epoca, la scienziata comprese che l’omissione era inevitabile data la situazione nella Germania nazista.

"Fu così che a Meitner cominciò a essere negato il merito della scoperta della fissione", spiega Lewin Sime, che ha scritto una biografia della scienziata.

Ma Meitner fu discriminata anche per via del suo genere. Una volta scrisse a un amico che essere donna in Svezia era quasi un delitto. Un ricercatore che faceva parte del comitato del Nobel si impegnò attivamente perché fosse esclusa. Così, il premio per la chimica del 1944 andò al solo Otto Hahn per le sue ricerche sulla fissione nucleare.

"Tutti i suoi colleghi dell’epoca, compreso il grande fisico Niels Bohr, non avevano dubbi sul fondamentale contributo di Meitner alla scoperta della fissione", spiega ancora Sime. Ma poiché il suo nome non era mai comparso su quel primo articolo firmato da Hahn, e poiché il Nobel l’aveva trascurata, i meriti di Meitner furono a lungo ignorati. La scienziata morì nel 1968 a Cambridge, in Inghilterra.

Nettie Stevens

Nata nel Vermont nel 1861, Nettie Stevens condusse ricerche fondamentali per stabilire che il sesso di un organismo è dettato dai suoi cromosomi e non da altri fattori.

Dopo aver conseguito il dottorato al Bryn Mawr College, in Pennsylvania, Stevens restò nell’ateneo come ricercatrice nel campo della determinazione del sesso.

Studiando i vermi della farina, Stevens riuscì a stabilire che lo sperma dei maschi conteneva entrambi i cromosomi che determinano il sesso, X e Y, mentre le cellule riproduttive delle femmine contenevano solo il cromosoma X. Fu la prova del fatto che il sesso di un organismo è determinato dal suo patrimonio genetico.

Nettie Stevens fu tra le prime vittime del cosiddetto "effetto Matilda", la negazione del ruolo delle donne nella ricerca scientifica. Il merito della scoperta delle basi genetiche della determinazione del sesso viene infatti spesso attribuito a Thomas Hunt Morgan, un genetista molto noto al tempo: fu lui a scrivere uno dei primi manuali di genetica, ingigantendo il suo contributo alla materia.

"C’è questa terribile abitudine per cui i libri di testo tendono a reperire informazioni dai libri di testo precedenti", spiega la storica Laura Hoopes. Così, il nome di Nettie Stevens fu a lungo ignorato.

Eppure non c’è dubbio che Morgan dovesse molto al lavoro della studiosa. "Morgan corrispondeva con altri scienziati in merito alle sue teorie", continua Hoopes. "Ma nelle sue lettere a Nettie Stevens si limitava a chiederle i dettagli dei suoi esperimenti. Quando poi Stevens morì, nel 1912, Morgan scrisse un articolo in cui sosteneva che lei avesse una visione limitata della scienza. Ma solo perché non le aveva fatto abbastanza domande".

Rosalind Franklin

ata a Londra nel 1920, Rosalind Franklin usò i raggi X per scattare una fotografia del DNA che cambiò per sempre la storia della biologia.

Il suo è forse il caso più conosciuto – e più vergognoso – di disconoscimento dei meriti di una scienziata, sostiene lo storico Lewin Sime.

Franklin conseguì un dottorato in chimica fisica all’Università di Cambridge nel 1945, poi studiò per tre anni a Parigi apprendendo il metodo della diffrazione dei raggi X, con cui è possibile determinare la struttura molecolare dei cristalli.

Tornò in Inghilterra nel 1951 come ricercatrice associata King’s College di Londra, assegnata al laboratorio di John Randall. Qui incontrò Maurice Wilkins, che guidava un altro gruppo di ricerca sulla struttura del DNA.

Franklin e Wilkins lavorarono a progetti separati, ma a quanto pare Wilkins equivocò il ruolo della collega, ritenendo che fosse una semplice assistente e non il capo del suo gruppo di ricerca.

Nel frattempo, a Cambridge, James Watson e Francis Crick stavano anch’essi cercando di determinare la struttura del DNA. Comunicarono con Wilkins, che a un certo punto mostrò loro la cosiddetta Foto 51, scattata da Franklin, senza che lei ne sapesse nulla.

Grazie alla Foto 51, Watson, Crick e Wilkins riuscirono a determinare l’esatta struttura del DNA, cui dedicarono una serie di articoli pubblicati dalla rivista Nature nell’aprile del 1953. Anche Franklin pubblicò un articolo sullo stesso numero, fornendo ulteriori dettagli.

Furono però solo Watson, Crick e Wilkins a ricevere il premio Nobel, nel 1962, quando Franklin era già morta da quattro anni.

NEWS: NIENTE NOBEL, SIAMO DONNE

 

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Gli scienziati russi hanno pronosticato l’arrivo di una Era Glaciale minore nel 2014. Smentiscono la tesi sul riscaldamento globale, definendola una trovata di marketing.

Secondo le tesi correnti, il riscaldamento del clima è cominciato a partire dalla seconda metà del diciottesimo secolo, con l’inizio della rivoluzione industriale.

Proprio per questo si ritiene che il processo sia legato all’impatto antropogenico: l’umanità immette l’anidride carbonica nell’atmosfera causando l’effetto serra.

Ma lo scienziato russo Vladimir Bashkin respinge categoricamente questa tesi, affermando che i cambiamenti climatici hanno carattere ciclico e non sono legati in alcun modo all’attività degli uomini.

Insieme con il suo collega Rauf Galiulin dell’Istituto sui problemi fondamentali della biologia dell’Accademia russa delle scienze, spiega che l’attuale riscaldamento planetario è la conseguenza dell’uscita del pianeta dall’Era Glaciale minore, prospettando breve l’entrata in un periodo di freddo.

L’Era Glaciale minore avviene periodicamente ogni cinquecento anni. L’ultima è avvenuta intorno al sedicesimo secolo, la famosa Piccola Era Glaciale, quando in Inghilterra si congelò il Tamigi, gli olandesi potevano pattinare sui laghi e in Russia gli stranieri s’impaurivano alla vista degli alberi che si spaccavano per il gelo. Cicli periodici più brevi di freddo e caldo avvengono a intervalli di circa 30-40 anni.

Come spiega lo scienziato sulla Voce della Russia, in Russia il riscaldamento è avvenuto negli anni ’30 quando si era resa possibile la navigazione lungo la Via Marittima del Nord, poi c’è stata il ritorno del freddo nel periodo della guerra, poi il riscaldamento negli anni ’70, e via dicendo. L’attuale periodo di riscaldamento è terminato sulla soglia del millennio.

L’inizio di un nuovo ciclo è legato al cambiamento dell’attività solare. La potenza della radiazione del nostro astro principale diminuisce e ciò determina un impatto sul clima. Le ricerche scientifiche sul clima delle ere geologiche mettono in dubbio la fondatezza delle richieste del Protocollo di Kyoto, afferma Vladimir Bashkin.

Le emissioni di anidride carbonica sono un processo naturale normale e non solo il risultato dell’attività esclusiva degli uomini, afferma lo scienziato.

L’effetto serra, legato al fattore antropogenico, corrisponde al 4-5% delle emissioni naturali. L’eruzione di un vulcano ne produce molto di più. Il vero contributo all’effetto serra è il comune vapore acqueo. Grazie a Dio, a nessuno viene in mente di doverlo pure regolare.

Gli oceani terrestri contengono sessanta volte più anidride carbonica di quanta ce ne sia nell’aria. Con la crescita della temperatura sul pianeta essa viene liberata in quantità maggiore.

Cosicché l’aumento del livello di Ð�Ð�2 nell’atmosfera non precede il riscaldamento ma, viceversa, lo segue. Il riscaldamento globale, di cui si parla tanto, non è un problema scientifico quanto una mossa di marketing.

Se arriva il riscaldamento globale, spiega lo scienziato russo, sulla base di queste considerazioni, si tenderà a diminuire il consumo dei combustibili tradizionali (carbone, petrolio e gas) e, conseguentemente, il prezzo di queste risorse energetiche dovrà scendere. Non è più scienza, ma una vera e propria politica, afferma Vladimir Bashkin.

Non ci aspetta il riscaldamento globale, ma il ritorno del freddo, afferma lo scienziato russo e non c’è bisogno di averne paura: si evolverà gradualmente e sarà percettibile soltanto verso la metà del ventunesimo secolo.

NEWS: SIAMO SULL’ERA DI UNA NUOVA ERA GLACIALE ?

 

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La Biblioteca Universitaria di Bologna conservava da epoca immemorabile, senza saperlo, il rotolo del Pentateuco ebraico più antico del mondo.

Il documento reca la segnatura "Rotolo 2", è di morbida pelle ovina (lungo 36 metri e alto 64 centimetri), contiene il testo completo della Torah in ebraico (ovvero Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio) ed era stato precedentemente catalogato come probabilmente risalente al XVII secolo.

Il "Rotolo 2", invece, è stato vergato in un periodo compreso tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII (1155-1225) e risulta essere, dunque, il più antico rotolo ebraico completo della Torah oggi conosciuto: un esemplare d’immenso valore, la cui importanza per gli studiosi è evidente anche a un pubblico non specializzato.

La scoperta è stata fatta dal professor Mauro Perani, ordinario di Ebraico presso il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna, sede di Ravenna, durante la redazione del nuovo catalogo dei manoscritti ebraici della Biblioteca Universitaria di Bologna.

La datazione, già chiara ad un esame grafico-testuale e paleografico, è stata confermata da ben due analisi con il Carbonio 14, eseguite dal Centro di datazione e diagnostica del Dipartimento di Ingegneria dell’Innovazione dell’Università del Salento e dal Radiocarbon Dating Laboratory (Illinois State Geological Survey) dell’Università dell’Illinois, Urbana-Champaign.

L’antichità del "Rotolo 2" non era stata riconosciuta da Leonello Modona, un ebreo originario di Cento che lavorò per anni come bibliotecario alla Biblioteca Universitaria Bolognese, il quale, nel suo catalogo del 1889, lo riteneva risalente al secolo XVII, e ne descriveva la grafia come "un carattere italiano piuttosto goffo, in cui alcune lettere, oltre le solite coroncine e apici portano delle appendici non comuni e strane".

Il professor Perani, nell’esaminarlo per il nuovo catalogo, si è accorto che la grafia orientale era, in realtà, molto elegante e raffinata, mentre le caratteristiche grafiche e la struttura testuale risultavano atipiche e molto più antiche del Seicento.

Questa scoperta sembra voler riconfermare il legame che unisce a filo doppio Bologna e la Torah: nella città di Bo-lan-yah (pronuncia dialettale che in ebraico significa: "In essa alloggia il Signore") fu stampata nel 1482 la prima edizione in assoluto del Pentateuco ebraico e, oggi, a Bologna si scopre il più antico rotolo della Torah che si conosca al mondo.

NEWS: SCOPERTA A BOLOGNA LA PIU’ ANTICA "TORAH" DEL M…

 

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Uno, moltissimi o infiniti? La domanda vagamente pirandelliana si riferisce al numero degli universi. Persino il linguaggio è inadeguato nel formulare una questione così vertiginosa.

Universo ha dentro di sé la parola uno e mal sopporta il plurale se si parla di universi veri, astrofisici, cioè esistenti, e non di universi metaforici. L’universo è uno per definizione in quanto dentro di sé tutto comprende. Molti universi, alla fine, nel loro insieme, non dovranno a fil di logica costituire un unico universo?

Eppure l’dea del "multiverso", cioè della pluralità – forse infinita – di universi sta prendendo piede. Si ripropone così in modo attuale e sotto nuove apparenze un antico problema: l’universo è finito o infinito?

Nel fascicolo del mensile "le Stelle" che andrà in edicola giovedì 30 maggio Tommaso Maccacaro affronta la questione. Nel suo articolo, il past-president dell’Istituto nazionale di astrofisica ricorda che alcune varianti della teoria delle stringhe permettono di stimare in 10 elevato alla 500 il numero degli universi possibili.

Non è l’infinito, ma già così non si scherza. Dieci elevato alla 500 è un numero immensamente più grande di 10 alla 82, e 10 alla 82 è il numero totale delle particelle elementari che costituiscono l’universo così come lo conosciamo dalle osservazioni astronomiche. La stima è del premio Nobel per la fisica Steven Weinberg.

Ma 10 alla 500 è un numero miserabile rispetto a 10 elevato alla 10 elevato alla 16 (dieci alla sedici è un esponente pari a 10 milioni di miliardi), e questa è la stima di Max Tegmark, professore di cosmologia al MIT.

Conosciamo da sempre lo 0, 6% di stelle e pianeti; da un secolo il 4% del gas intergalattico; da ottant’anni lo 0, 4% dei neutrini; da settant’anni la materia scura; da meno di 15 anni l’energia scura. La ricetta dell’universo che conosciamo è semplice e misteriosa:

-il 4% è costituito da gas intergalattico

-lo 0, 6% è fatto di stelle e pianeti

-lo 0, 4% è rappresentato da neutrini

-il 23% da materia oscura (ma sarebbe meglio dire scura)

-il 72% da energia oscura (ma sarebbe meglio dire scura).

Sono proprio le scoperte più recenti e le teorie per interpretarle ad aver messo in crisi la parola universo, inducendo a declinarla al plurale. Proviamo a ripercorrere di gran carriera l’intera storia della cosmologia (qui accanto, la radiazione cosmica di fondo nella mappa tracciata dal satellite Wilkinson-MAP).

Già nell’antichità greca coesistevano le idee di universo chiuso e di universo infinito (aperto). I filosofi della Scuola presocratica di Mileto propendevano per l’infinito: è il caso dell’atomista Democrito. Anassimandro (610- 546 a.C.) faceva dell’"àpeiron", letteralmente "senza perimetro", "senza confine", il principio universale.

Vinse però l’idea dell’universo finito e chiuso, strutturata solidamente da Aristotele e trasposta nella cosmologia di Tolomeo fatta propria della Chiesa cristiana. Terra ferma al centro, Luna, Sole e pianeti a danzarle intorno, il tutto chiuso dentro la sfera cristallina delle stelle fisse: questa è stata la cosmologia dominante per duemila anni.

E vale anche per Copernico e Keplero, che furono eliocentrici, ma sempre chiusi dentro la sfera delle stelle fisse. L’infinito – nello spazio e nel tempo – veniva scacciato dal mondo fisico (e persino matematico) in quanto attributo esclusivo di Dio. Lo imparò a proprie spese Giordano Bruno, mandato al rogo nel 1600 per le sue tesi eretiche, comprendevano anche quelle sull’infinitezza dell’universo e dei mondi.

Tuttavia, come Lucio Russo (Università La Sapienza di Roma) ha dimostrato, anche l’dea perdente – universo infinito – è rimasta viva e vegeta, sia pure sotto traccia.

L’universo infinito, almeno sotto la forma attenuata di indeterminato / illimitato ricompare in modo esplicitò con Nicolò Cusano: è inconoscibile, ma la "dotta ignoranza" permette di intuirlo in quanto "explicatio", benché inadeguato e imperfetto, di Dio.

Finito e infinito sono indissolubilmente connessi nella "coincidenza degli opposti". Teologo, cardinale, filosofo e astronomo tedesco, Nicolò Cusano viva dal 1401 al 1464, sulla soglia tra Medioevo e Rinascimento.

NEWS: OGNUNO DI NOI HA UN PROPRIO SOSIA: SI TROVA IN…