Secoli di storia hanno lasciato in Italia misteri, enigmi e leggende.Al di là di qualche caso più conosciuto, come la Sindone di Torino o il sangue di San Gennaro a Napoli, i misteri italiani sono poco noti al grande pubblico.Alcuni di questi hanno delle storie incredibili e, almeno in parte, il loro enigma non è stato ancora svelato.

bosco-di-bomarzo

Torino è considerata da molti come la città “magica” per eccellenza. La fama di “città magica” è giustificata dal fatto che Torino si troverebbe in uno dei “Punti di Potere” che, secondo le teorie esoteriche, sarebbero dei nodi energetici che affiorano sulla terra e che interesserebbero anche altre città del mondo, tra cui Gerusalemme, Prega, Lione, Parigi, Londra, ma anche Assisi e Paestum.

Secondo alcuni, la città sarebbe uno dei vertici parte di quello che è stato definito il “triangolo bianco”, una figura magica che comprenderebbe anche le città di Praga e di Lione.

All’opposto, altri ritengono che il capoluogo piemontese sia, invece, uno dei vertici del “triangolo nero”, assieme a Londra e San Francisco.

Il vertice torinese del triangolo nero corrisponderebbe alle coordinate di Piazza Statuto, nei pressi della stazione ferroviaria di Porta Susa.

Costruita sulla cima di un’antica necropoli romana (città dei morti), la piazza una volta era detta Val Occisorum, cioè il luogo dove venivano processati e giustiziati i prigionieri.

Inoltre, Piazza Statuto, con al centro un piccolo obelisco, sarebbe uno dei due poli energetici (uno positivo e l’altro negativo) che alimentano l’energia esoterica della città. L’altro polo si troverebbe in Piazza Vittorio.

Alcuni occultisti sono convinti che nel sottosuolo della città di Torino esistano le “Tre Grotte Alchemiche”, luoghi di potente energia eterica, con la quale sarebbe possibile intervenire sulla materia, sul tempo e sulle coincidenze.

Dove siano realmente le Grotte rimane un segreto, ma gli occultisti ritengono che i dintorni di Piazza Castello e dei Giardini Reali siano beneficiate dalle potenti emanazioni di questi luoghi.

E’ proprio in questa zona che si trova la Cappella della Sacra Sindone, dove è conservato il lenzuolo che la tradizione identifica con il sudario di Gesù, la reliquia più preziosa sella cristianità.

Ancora, nella Chiesa della Gran Madre di Dio, ricca di simboli esoterici, una statua con una coppa in mano sarebbe, secondo alcuni, l’indizione del fatto che in città si nasconde il Santo Graal, che nessuno però ha ancora localizzato.

Insomma, Torino, dal punto di vista simbolico-esoterico, sembra essere un luogo dove si fronteggiano forze contrastanti in una lotta fra il bene e il male. Papa Giovanni Paolo II, durante una sua visita alla città di Torino, ebbe a dire: “Torino è una città di Santi e di Luce, e dove c’è la luce occhieggia anche il demonio”.

Santi Graal alternativi

Alcuni ricercatori, ritengono che il Graal non sia affatto una coppa ma un piatto e si troverebbe a Genova.

Nel Museo del Tesoro della cattedrale di San Lorenzo, infatti, è conservato un piatto esagonale di vetro verde trasparente, che secondo la tradizione sarebbe stato usato durante l’Ultima cena di Gesù con i suoi discepoli.

Secondo alcuni studi, però, si tratterebbe di un manufatto islamico del IX-X secolo. Dunque, nemmeno questo sarebbe il Graal. Restano però vari interrogativi aperti: come è arrivato a Genova il piatto? Quello che è in mostra è l’originale o una copia? Come fu rotto e dov’è finito il pezzo mancante?

Domande senza risposta, come quelle a proposito di un altro candidato al Graal: il misterioso calice di vetro che si trova nel Duomo di San Moderanno a Berceto (Parma). Nel 1971, durante alcuni lavori di restauro, si trovò una tomba senza insegna, forse risalente all’anno mille, che conteneva il delicato calice di vetro soffiato.

Un particolare curioso: nella lunetta sopra il portale della chiesa è ritratto Gesù in Croce trafitto dalla lancia, mentre un giovane con un’anfora si appresta a raccogliere il sangue. Forse un indizio che allude alla vera natura del calice nascosto? Il mistero rimane.

Sepolcri misteriosi in Sardegna

Anche la Sardegna conserva uno dei misteri più affascinanti d’Italia: la Tomba dei Giganti di S’Ena e Thomes, uno degli esempi più suggestivi e più intriganti.

Secondo la leggenda, in questi antichi sepolcri sarebbero seppelliti uomini giganteschi, alti fra i 3 e i 7 metri. A quanto pare, gli scheletri sarebbero stati prelevati di nascosto da misteriosi Man in Black timorosi della diffusione della notizia.

Il luogo assolutamente magico e surreale. La tomba è un monumento età nuragica che si presenta possente e maestosa, molto simile a come doveva essere migliaia di anni fa. La sua stele, perfettamente in piedi, è alta tre metri e mezzo e sembra essere stata scolpita pochi giorni fa.

Realizzata completamente in granito, l’esedra (il semicerchio che probabilmente disegna le corna di un toro) ha una larghezza superiore ai 10 metri e la sua stele centrale è alta quasi 4 metri e pesa circa 7 tonnellate.

Queste dimensioni ciclopiche fanno ben capire il perché i monumenti funerari dei nuragici siano stati chiamati “Tombe dei Giganti”. Quello che sorprende è però l’orientamento astronomico della tomba.

La maggior parte delle Tombe dei Giganti hanno l’esedra orientata a Sud-Est, cioè la direzione dell’alba durante il solstizio d’inverno. La Tomba dei Giganti di S’Ena e Thomes è invece orientata a Sud, forse in relazione con il tramonto del solstizio d’estate.

Ma c’è di più. Una ricerca di tre studiosi dell’Osservatorio Astronomico di Brera (L. Marchisio, A. Manara e A. Gaspani) ha infatti svelato un grande segreto: la Tomba dei Giganti S’Ena e Thomes ha l’azimut astronomico di orientamento del suo asse, assolutamente identico a quelle della Tomba dei Giganti Goronna (a Paulilatino, in provincia di Oristano) e a quella di Baddu Pirastru (a Thiesi, in provincia di Sassari).

Le tre Tombe dei Giganti, inoltre, sembrano essere orientate verso la stella Aldebaran, della costellazione dei Toro, informazione che non fa che infittire il mistero.

I giganti hanno camminato sul nostro pianeta: ecco le prove
La Cappella San Severo a Napoli

Tra i luoghi più misteriosi d’Italia vi è certamente la Cappella di Sansevero, in piazza San Domenico Maggiore a Napoli.

Voluta dal Principe di Sansevero alla fine del XVI secolo, fu ultimata solo nel XVIII secolo da discendente Raimondo di Sangro, esoterista e inventore.

E’ un luogo ricco di allegorie alchemiche e massoniche dal significato incerto [Società segrete: i potenti nell'ombra]. Contiene molte statue, tra le quali l’incredibile “Cristo velato”, che per la loro fattura incredibilmente realistica, la leggenda vuole essere state create con un tecnica misteriosa.

Si racconta che il velo di marmo sul corpo del Cristo, sia in realtà un velo in tessuto, trasformato in marmo grazie ad uno speciale liquido inventato dal sinistro Principe di San Severo, illustre alchimista.

Tra i “cimeli”conservati nella cappella, esistono le cosiddette “Macchine anatomiche”, ovvero quelli che sembrano due corpi di uomo e donna scarnificati e nei quali è possibile vedere l’intero sistema circolatorio. Si dice che fossero state realizzate iniettando una sostanza solidificante nel sangue dei due malcapitati.

Le attività inusuali di Raimondo (che faceva esperimenti di chimica e utilizzava una tipografia nei sotterranei, trasformarono l’edificio nel luogo principale dell’immaginario “magico” della cultura popolare napoletana.

Creature mostruose sparse per la penisola

Avvolto nel mistero, sembra essere anche quello che, già nel Settecento, veniva considerato il luogo più originale che esista al mondo: Villa Palagonia a Bagheria (Palermo), nota anche come la “Villa dei Mostri”. L’edificio è un concentrato di creature mostruose, statue raffiguranti animali fantastici e figura grottesche e orripilanti.

Le ragioni di una simile decorazione non sono chiare, ma forse vanno ricercate nel fatto che colui che volle la villa nel 1749, Francesco Ferdinando Gravina, principe di Palagonia, era affetto da un disturbo fisico, la gobba. Circondarsi di creature più brutte di lui forse rappresentava un modo per sentirsi meno mostruoso.

Risalgono al Rinascimento, invece, i mostri e i colossi scolpiti nella roccia nel misterioso Sacro Bosco di Bomarzo, o anche conosciuto come Parco dei Mostri (Viterbo).

Voluto da Vicino Orsini per motivi tuttora oscuri nella sua tenuta di Bomarzo, il parco è una sorta di labirinto che si snoda tra statue gigantesche e creature mostruose.

Una delle particolarità del parco sta nelle iscrizioni misteriose disseminate qua e là. L’ultima iscrizione dice che il Sacro Bosco “sol se stesso et null’altro somiglia”. Di sicuro un’esperienza da fare, quella del Sacro Bosco di Bomarzo: già di giorno appare misterioso, una continua meraviglia per gli occhi. Ci si chiede come potrà apparire al calare del sole, quando ad assistere allo spettacolo ci sarà solo la luna.

Alla scoperta dei luoghi più misteriosi d’Italia: ecco alcuni dei più sorprendenti | Il Navigatore Curioso

MARTE E LE SUE IMMENSE FORESTE

Pubblicato: 10 ottobre 2013 in Astronomia, N.A.S.A., Scoperte

 

Forse non tutti sanno dell’esistenza di alcune sconvolgenti fotografie trasmesse a terra dalla MOC (Mars Orbiter Camera(MOC) a bordo della sonda MGS (Mars Global Surveyor) prima che smettesse di funzionare “morendo” il 2 novembre 2006.

Oltre alle fotografie di strutture rassomiglianti a tunnel trasparenti all’interno di canyon, osserviamo la presenza di “cose” che sembrano alberi riuniti in gruppi sparsi o intere foreste.

La possibilità dell’esistenza di vita extraterrestre ha sempre affascinato l’umanità. Per altro, tra gli scienziati si è fatta strada l’idea che se la vita esiste su Marte, questa debba essere allo stadio di batterio.

Nondimeno, ci sono delle immagini riprese dalla MOC che rimangono inesplicabili.

È il caso della foto scattata a latitudine -82.02°, longitudine 284.38° (vicino al polo Sud marziano) che ha mostrato qualcosa di incredibile ma tutt’ora trascurato: una qualche forma di vegetazione su Marte.

(immagine n° M08-04688, link ufficiale:http://ida.wr.usgs.gov/html/m08046/m0804688.html)

Queste formazioni assomigliano decisamente a macchie di vegetazione terrestri, compresi i sistemi di ramificazioni, fotografate dall’alto. Ecco un lembo di suolo marziano ripreso dalla MOC che mostra alberi. La più semplice spiegazione per tali immagini, seguendo il dettame detto del rasoio di Occam, è che si tratti di organismi vegetali di un qualche genere.

Raffrontando la scala questi “organismi” possono essere enormi, alti fino a un chilometro.

Tuttavia, ragioniamo sulle condizioni ecologiche del pianeta rosso. Ora su Marte c’è un clima rigidissimo ma anche in Siberia nella cui taiga esistono numerose specie arboree.

La condizione sine qua non per la crescita delle piante (sulla Terra), specie gimnosperme molto resistenti non sono la tenue pressione atmosferica e la minore gravità che, anzi, unite all’abbondanza di anidride carbonica gassosa, costituiscono un vantaggio per le piante, ma la presenza di acqua liquida nel suolo.

C’è acqua allo stato liquido nel sottosuolo di Marte? Le piante che vivono nel permafrost potrebbero adattarsi a Marte? Buona domanda o no?

Gli organismi vegetali (terrestri) per vivere, crescere e riprodursi hanno fondamentalmente bisogno di tre cose:

  1. Acqua (allo stato liquido)
  2. Luce (inteso anche come un intervallo di temperatura)
  3. Nutrienti minerali e anidride carbonica (da organicare attraverso la fotosintesi clorofilliana)

Ora, su Marte la quantità di luce che arriva al suolo è simile a quella che raggiunge la superficie terrestre (la maggior distanza dal Sole è compensata da un atmosfera più rarefatta). Data l’enorme effetto serra prodotto dalla CO2 in atmosfera anche la temperatura al suolo, specie ai tropici, non deve essere troppo bassa. Inoltre sul pianeta rosso esiste la disgregazione meteorica eolica e termica delle rocce per cui esiste la possibilità della disseminazione tramite il vento (anemocora) e il substrato per l’attività radicale delle piante. Le Conifere(pini, abeti, larici, sequoie) sono piante antichissime che una volta dominavano le terre emerse in particolare durante il periodo Carbonifero (350-300 milioni di anni orsono), così chiamato perché i tronchi di questi esseri vegetali con il tempo fossilizzarono diventando l’attuale carbone fossile.

Se ben guardiamo, non ci sono controindicazioni biologiche alla crescita regolare di alcune specie di piante arboree simili alle conifere terrestri su Marte.

  • Atmosfera più rarefatta che sulla Terra quindi maggior necessità di superfici per l’interscambio gassoso compensata dalla maggiore quantità di anidride carbonica
  • Gravità un terzo di quella terrestre che favorisce la crescita geotropica
  • Probabile mancanza di parassiti e infestanti specifici
  • Durata del giorno (ritmo circadiano) simile alla Terra e alternanza delle stagioni sebbene di durata doppia

Sotto tali condizioni l’ipotesi dell’esistenza di esseri vegetali giganteschi diventa più accettabile. Sovente questi “boschetti” si allargano attorno ad apparenti bacini contenenti del liquido, presumibilmente acqua. Del resto perché non ci dovrebbe essere? L’ossigeno è abbondantissimo su Marte sia nelle rocce perlopiù ossidi (composti dell’ossigeno) sia nell’aria ricchissima di anidride carbonica. L’idrogeno che serve per formare l’H2O è l’elemento più comune nell’universo.

La necessità di celare l’esistenza di esseri vegetali viventi su Marte giustifica anche i sospetti che il colore del cielo marziano venga alterato onde celare il colore azzurrognolo causa la presenza di ossigeno di origine biologica.

Nessuno scienziato sta attualmente studiando questa documentazione. Perché? A quale scopo mantenere questo incommensurabile segreto?

La questione è probabilmente di ordine religioso.

Il sistema economico globale si regge grazie ai conflitti di religione. Religione in senso metafisico e metaforico di superiorità di un sistema economico sull’altro, di una razza sull’altra, di un ordine sociale su di un altro, lo scontro di civiltà.

Se si scoprisse che antichissime civilizzazioni hanno costruito immense strutture su Marte, già visibili nel 1800 da Schiaparelli, il nostro mondo eretto su dogmi scolpiti nella sabbia crollerebbe.

Alla Nasa a mezza bocca ammettono di tenere nascosto tutto perché “non sappiamo gestire la verità” (“We can’t handle the truth”). Infatti, riflettete, quale sarebbe la conseguenza filosofica del non conoscere quale Dio ha creato la vita su Marte. Una umanità tremante e sgomenta alzerebbe gli occhi al Cielo domandandosi:

Il mio Dio o il tuo Dio?

Quale Entità più equanime, più salvifica, più misericordiosa ha piantato alberi sul suolo di un altro pianeta?

Di fronte al dilemma angosciante le guerre si fermerebbero, così il commercio di armi, i consumi si arresterebbero, con la produzione industriale che collasserebbe.

Tutti i giorni vengono commessi crimini efferati in nome di un Dio trascendente o soggettivo che è causa di orrore anziché pace.

Ai leader religiosi sfuggirebbe il controllo delle masse alla stregua dei politici. Si ritornerebbe al caos primordiale, ossia prima che la morale delle religioni e l’etica delle istituzioni laiche mettessero ordine tramite i loro dettami.

Per questo, nonostante la NASA abbia fornito immagini eloquentissime, di condotti artificiali, di intere foreste, di costruzioni erette per ingraziare qualche divinità su Marte, non ne sentiamo parlare. Forse.

A confermare la volontà di mantenere lontano dalle “masse” queste argomentazioni subentra oggi anche il totale silenzio della missione “Curiosity” sull’argomento. Come mai ci sono arrivate solo immagini provenienti da altopiani rocciosi e non si è mostrato nulla né parlato, anche come smentita, delle straordinarie foreste di Marte?

fonte

NOI E GLI EXTRATERRETRI – Il Blog su UFO e Alieni: MARTE E LE SUE IMMENSE FORESTE

 

È alta 60 metri, si trova nel tratto di mare compreso tra l’isola di Terceira e quella di San Miguel, nelle Azzorre
È alta 60 metri e ha una base dai quattro lati quasi identici di 8 mila metri quadrati. È l’ultima piramide scoperta per caso.
Ma questa volta non si trova sepolta sotto tonnellate di sabbia o inglobata in una collina: si trova nell’acqua. Per la precisione, nel tratto di mare compreso tra l’isola di Terceira e quella di San Miguel, nelle Azzorre.

A trovare questa vasta struttura sottomarina è stato il proprietario di un’imbarcazione di nome Diocleciano Silva. Navigando in quella zona, grazie ad un sistema sonar di rilevamento digitale, ha individuato sul fondale la presenza di questa strana montagna dalla forma insolitamente regolare. A quanto sembra, la scoperta risale a qualche mese fa, ma l’annuncio è stato dato solo ora.

Che là sotto ci sia qualcosa di interessante è confermato anche dal Governo di Lisbona: la piramide ora è oggetto di indagini da parte della Marina portoghese. Ma- ha aggiunto Luiz Fagundes Duarte, segretario regionale per la Pubblica Istruzione- è da escludere che si tratti di un manufatto umano, vista la sua posizione, a circa 40 metri di profondità nell’oceano.

Opinione non condivisa da Silva. "Non credo proprio che sia di origine naturale", ha detto al giornale locale Diario Insular, dopo averne studiato le peculiari caratteristiche. Oltre ad avere una base quadrata, infatti, la struttura sembra anche perfettamente definita ed è esattamente orientata rispetto ai punti cardinali proprio come la Grande Piramide di Giza. Potrebbe dunque essere la testimonianza, ormai sommersa dal mare, di una civiltà fiorente in epoche remote proprio alle Azzorre?

Un’ipotesi coerente con gli ultimi scavi condotti dall’APIA, l’Associazione Portoghese della Ricerca Archeologica che ritiene di avere trovato le prove della presenza di insediamenti umani già migliaia di anni fa, molto prima insomma della scoperta ufficiale delle isole, datata al 1325. Ultimamente nell’arcipelago sono state trovate varie strutture piramidali protostoriche, alcune alte fino a 13 metri, allineate con il sorgere del sole nel solstizio d’estate. L’anno scorso, poi, proprio a Terceira, sono emersi esempi di pittura rupestre molto antichi.

Terceira- detta anche "l’isola lilla"- si trova nel bel mezzo del Nord Atlantico. Facendo volare la fantasia, siamo proprio in quel tratto di mare- aldilà delle Colonne di Ercole (oggi Stretto di Gibilterra)- nel quale Platone aveva immaginato la mitica isola di Atlantide, scomparsa in un ribollire di acqua nel giro di un solo giorno, devastata da un terremoto e da un maremoto di dimensioni apocalittiche.

Nel corso degli anni, interpreti platonici ed archeologi alternativi hanno collocato la civiltà atlantidea un po’ ovunque: da Santorini ai Caraibi, dalla Spagna all’India. Senza, però, mai trovare prove concrete della veridicità del racconto del filosofo greco, considerato dagli storici niente più che una leggenda.

“Eppure, secondo me, è sicuramente il ricordo di un evento reale, non è un mito”, sostiene Graham Hancock, lo scrittore scozzese autore di vari best-seller nei quali ha cercato di penetrare i segreti del nostro passato dimenticato. Nell’intervista contenuta nell’e-book "Misteri 2013", si dice convinto che sia davvero esistita una civiltà molto evoluta, cancellata da una catastrofe globale di cui il Diluvio Universale rappresenta un’eco lontana. Ad annientare quella prima umanità fu l’improvviso innalzamento del livello dei mari provocato dalla fine dell’ ultima Era Glaciale.

Hancock ha accolto con entusiasmo il ritrovamento di questa presunta piramide sottomarina, che sembra confermare la sua teoria ben illustrata nei libri Impronte degli dei, del quale sta preparando una seconda stesura, e Civiltà sommerse. "Credo che dovrò ritirare fuori la mia muta subacquea, non pensavo di tornare a fare delle immersioni, ma se serve io ci sono!", ha scritto sul suo blog per commentare la notizia che arriva dalle Azzorre.

E ha fatto anche un rapido calcolo: le terre attualmente coperte da 40-50 metri d’acqua, dovrebbero essere state sommerse da quella grande onda legata all’improvviso scioglimento dei ghiacci circa 12.500 anni fa. Dunque, se davvero nell’oceano delle Azzorre si nasconde un edificio piramidale, deve essere stato costruito prima di quella data. Insomma, entro il 10.500 a.C. La stessa data proposta dai soliti archeologi eretici per le Piramidi di Giza. Una coincidenza?

NOI E GLI EXTRATERRETRI – Il Blog su UFO e Alieni: PIRAMIDE ALTA 60 METRI SCOPERTA NEL MAR DELLE AZZORRE

 

Il dott. Brier ha analizzato il frammento ai raggi X per stabilire la struttura metallica dell’oggetto. Le analisi hanno dimostrato che si tratta di una lega metallica composta dal 98 per cento di alluminio e dal 2 per cento di magnesio.

alluminio meteora

La Voce della Russia e altre fonti giornalistiche russe, segnalano una curiosa storia capitata in una cittadina della Russia.

Il sig. Dmitry, un residente di Vladivostok, aveva ordinato un pò di carbone per alimentare la sua stufa e affrontare il rigido inverno russo.

Ma quando ha cominciato a prendere le carbonelle dal mucchio, Dmitry ha notato una pepita di carbone con un oggetto metallico incastrato al suo interno.

Incuriosito dal misterioso oggetto, Dmitry non ha perso tempo e subito ha segnalato la scoperta a Valery Brier, biologo della regione di Primorye, che insieme ad altri ricercatori della zona, ha accettato di eseguire delle analisi di laboratorio.

Quando i ricercatori hanno rotto il pezzo di carbone in cui era contenuto l’oggetto metallico, hanno scoperto che si trattava di una lega particolarmente leggera e morbida. Secondo quanto scrive Natalia Ostrowski su kp.ua, ad una prima osservazione, l’oggetto sembra essere molto simile ad una rotaia metallica dentata, creata artificialmente per far parte di un meccanismo.

E’ difficile credere che un oggetto naturale possa assumere una forma così precisa. Inoltre, gli intervalli tra i denti dell’ingranaggio sono curiosamente grandi in rapporto alla dimensione dei denti stessi, il che fa ipotizzare che l’oggetto potesse essere parte di un meccanismo complicato.

Il dott. Brier ha analizzato il frammento ai raggi X per stabilire la struttura metallica dell’oggetto. Le analisi hanno dimostrato che si tratta di una lega metallica composta dal 98 per cento di alluminio e dal 2 per cento di magnesio.

Una contro analisi è stata eseguita anche da Igor Okunev, ricercatore dell’Istituto di Fisica Nucleare di San Pietroburgo, la quale ha confermato la composizione del materiale. Questo particolare ha stupito molto gli scienziati, perchè una lega del genere è molto rara in natura, quindi è molto probabile che l’oggetto sia stato creato artificialmente.

Ma quello che ha lasciato veramente perplessi gli scienziati è stato scoprire l’età dell’oggetto: il carbone in cui è stato rinvenuto l’oggetto di metallo è stato estratto dalle miniere della regione di Chernogorodskiy Khakasia, giacimenti notoriamente formatisi 300 milioni di anni fa, quindi il frammento metallo, non può che risalire allo stesso periodo.

Come può l’ingranaggio di un meccanismo essere stato creato 300 milioni di anni prima della comparsa dell’uomo?

Ma c’è ancora una domanda che frulla nella testa dei ricercatori: il frammento metallico è di origine terrestre? La presenza di un 2 per cento di magnesio potrebbe indicare l’origine cosmica della lega metallica.

I frammenti meteoritici che si staccano dal corpo principale, sono esposti a un intenso bombardamento di raggi cosmici durante il loro viaggio nello spazio, che causa una sostanziale produzione di alluminio-26, un isotopo dell’alluminio, che decade naturalmente nel magnesio-26. Tuttavia, sono necessarie ulteriore analisi per confermare questa ipotesi.

Naturalmente non manca chi si spinge nelle ipotesi più spericolate: c’è chi dice che il frammento possa essere l’ingranaggio di un meccanismo alieno andato distrutto in un antichissimo ufo crash, o c’è anche chi crede che si tratti in un frammento lasciato da futuri viaggiatori del tempo in visita di studio all’epoca della Terra primitiva.

Eppure, trovare un artefatto strano in un giacimento di carbone non è un fatto così insolito come si possa pensare. La prima scoperta di questo tipo risale al 1851, quando gli operai delle miniere di zinco del Massachusetts estrassero un vaso d’argento incastrato in un blocco di carbone che risaliva al periodo cambriano, e cioè a circa 500 milioni di anni fa.

Sessant’anni più tardi, alcuni ricercatori dell’Oklahoma scoprirono una pentola di ferro in un pezzo di carbone risalente a 312 milioni di anni fa.

Nel 1974, in una cava di arenaria della Romania, venne rinvenuto il famoso “martello del Giurassico”, un curioso oggetto di alluminio simile ad un martello, con tanto di manico e che non poteva essere stato prodotto da un umano.

Infine, circa un anno fa, sulla penisola della Kamchatka, fu rinvenuto un misterioso dispositivo meccanico fuso in una roccia vulcanica di 400 milioni di anni fa.

La scoperta fu eseguita dagli archeologi dell’Università di San Pietroburgo, i quali, al ritrovamento di questa specie di macchina, rimasero senza parole. Tutte queste scoperte, prima di appassionare i cercatori di misteri, ha minato alla base le dottrine fondamentali delle scienza moderna.

Rinvenuto in Russia un frammento di alluminio antico di 300 milioni di anni | Il Navigatore Curioso

 

triangolo delle bermuda anomalie oceano

Da tempi immemorabili, l’oceano è parso all’uomo un ambiente ostile e pericoloso. Così come sulla terra ferma, ci sono alcune aree oceaniche che hanno fatto registrare numerose anomalie e misteri.

La zona più famosa, per gli enigmatici fenomeni che la caratterizzano, è sicuramente quella del Triangolo delle Bermuda, un’area dell’Oceano Atlantico i cui vertici sono rappresentati dall’Arcipelago delle Bermuda, dall’Isola di Porto Rico e dalla punta della penisola della Florida.

Numerosi fenomeni enigmatici sono stati descritti dai marinai e dagli aviatori di ogni tempo. Persino Cristoforo Colombo annota nei suoi diari di misteriose sfere di luce viste fluttuare sulle acque di questo misterioso fazzoletto di Oceano Atlantico [Anche Cristoforo Colombo conosceva i fenomeni del Triangolo delle Bermuda].

I ricercatori hanno avanzato le ipotesi più varie per giustificare fenomeni che sfidano le leggi della fisica e la misteriose sparizioni di intere navi e aeromobili: dalla presenza di un tunnel spazio temporale, alle distorsioni magnetiche di un qualche fenomeno non ancora conosciuto.

C’è addirittura chi pensa che sul fondo del Triangolo delle Bermuda esista un gigantesca piramide di cristallo, un antichissimo generatore di energia che causerebbe le anomalie e che sarebbe una vestigia della mitica civiltà di Atlantide, sprofondata 13 mila anni fa sul fondo dell’Oceano Atlantico. [Scoperta una gigantesca piramide sul fondo del Triangolo delle Bermuda].

Ma quello delle Bermuda non è l’unico luogo del pianeta dove si registrano questi misteriosi ed enigmatici fenomeni.

Il Mare del diavolo

Anche conosciuto come “Triangolo del Drago”, è una zona dell’Oceano Pacifico che si trova a al largo della costa sud-est del Giappone. Anche in questo caso è possibile individuare un triangolo ideale i cui vertici sono rappresentati dalle isole di Honshu, Luzon e Guam.

Anche questa zona è diventata tristemente famosa per le anomalie che sono state tramandate dai marinai da tempo immemore. Le leggende raccontano che in questa zona dell’Oceano Pacifico sia abitato da diavoli e mostri marini che non aspettano altro di attaccare gli incauti navigatori.

Ma oltre alle leggende, ci sono fatti registrati dalla storia che fanno riflettere. Le numerose sparizioni di navi e aeroplani avvenute nella zona ha costretto il governo nipponico a dichiarare l’area come “zona pericolosa”.

Secondo quanto riporta lo scrittore Charles Berlitz nei suoi resoconti, tra il 1952 e il 1954, il Giappone ha perso in questa zona ben cinque navi militari, tutte sparite nel nulla senza lasciare traccia.

Nel 1955, il governo giapponese commissionò una spedizione in quel tratto di mare per fare luce sulle misteriose sparizioni e valutare la reale pericolosità delle coordinate geografiche. Ma nessuno si sarebbe mai aspettato che anche la nave oceanografica Kaiyo Maru 5 sparisse nel nulla con tutto l’equipaggio a bordo, composto da marinai e scienziati.

A seguito di tali eventi enigmatici, numerosi ricercatori indipendenti iniziarono uno studio approfondito sul Triangolo del Drago. Tra questi, spicca il lavoro di Ivan Sanderson, il quale inserisce questa area del pacifico nelle “Twelve Devil’s Graveyards Around the World” (I dodici cimiteri del diavolo sparsi per il mondo), articolo che Sanderson presento alla comunità scientifica nel 1972.

Secondo l’ipotesi del ricercatori, nel mondo esisterebbero 12 zone simili al Triangolo delle Bermuda, posizionate a intervalli di 72° intorno al mondo, e più esattamente situate al 36° latitudine nord e sud; cinque nell’emisfero settentrionale, cinque nell’emisfero meridionale, oltre ai poli nord e sud.

Il motivo per il quale il Triangolo delle Bermuda è più conosciuto, dipende dal fatto che si tratta di un’area con un traffico aereo e marittimo più intenso: mentre anche le altre zone, sebbene situate in luoghi meno battuti, danno prove evidenti di anomalie. Egli definì queste aree come “Vortici del male”.

Sanderson ipotizzò che le correnti caldi e fredde che attraversano questi vortici potessero creare dei disturbi elettromagnetici, i quali avrebbero influenzato gli strumenti e le navi, causando così la sparizione delle stesse navi.

Il Mar dei Sargassi

La porzione di Oceano Atlantico compresa fra gli arcipelaghi delle Grandi Antille (a ovest) e le Azzorre (a est). È noto per le alghe che vi proliferano (appartenenti al genere Sargassum). Tali alghe, di colore bruno, affiorano in superficie in grandi quantità, conferendo ad alcune zone del Mar dei Sargassi l’aspetto di una prateria.

Una delle caratteristiche più peculiare del Mar dei Sargassi è il fatto che è sempre calmo e, nonostante si trovi ad una latitudine abbastanza alta, l’acqua risulta sempre insolitamente calda.

Il Mar dei Sargassi fu scoperto il 16 settembre 1492 da Cristoforo Colombo nel primo viaggio verso le Americhe, quando ormai si trovava a 1600 chilometri dalle Canarie. Vedendo le caravelle navigare “in mezzo a chiazze marine verdissime”, pensò di trovarsi ormai in vicinanza della terra e a lungo scandagliò il fondo senza trovarlo, pur usando una corda lunga 200 braccia.

Pochi giorni dopo “le erbe erano talmente fitte che il mare pareva coagulato”, ma a Ovest del 72° meridiano le erbe cessarono (curiosamente, lo stesso dato fornito da Sanderson).

Anche Jules Verne ha scritto di questo mare nel suo libro “I grandi navigatori del Settecento“, descrivendolo più grande del continente australiano e come un vero e proprio “lago in mare aperto”. Secondo Verne, la mitica Atlantide si troverebbe proprio sul fondale del Mar dei Sargassi.

L’area in questione ha una misteriosa reputazione, ossia quella di “rapire” gli equipaggi dalle loro imbarcazioni, lasciando i vascelli vuoti a continuare la loro navigazione.

Uno degli episodi più noti è quello che riguarda la nave mercantile francese Rosalie, un bastimento di 222 tonnellate costruito nel 1838, partito da Amburgo e diretto all’Havana, Cuba.

La nave fu ritrovata il 6 novembre 1840 alla deriva al largo di Cuba, senza equipaggio e con le vele ancora spiegate. L’unico superstite fu un canarino nella sua gabbia. Lo scafo era perfettamente intatto e il suo carico completamente integrò, cosa che fece escludere un assalto da parte dei pirati. Anche le scialuppe di salvataggio erano al loro posto.

Non si capiva perciò come la gente avesse potuto abbandonare lo scafo. Né il motivo per cui si sarebbe gettata in mare, come per un raptus collettivo. Dell’equipaggio, scomparso misteriosamente nel nulla, non si seppe mai più niente.

Un altro episodio famoso riguarda la Mary Celeste, un brigantino canadese di 31 metri, varato nel 1861 in Nuova Scozia. Il 7 novembre 1872, sotto il comando del capitano Benjamin Briggs, la nave imbarcò un carico di alcool industriale per conto della Meissner Ackermann & Coin e salpò da Staten Island, New York, alla volta di Genova.

Oltre al capitano e all’equipaggio di altri sette marinai, la nave aveva altri due passeggeri: la moglie del capitano, Sarah E. Briggs, e la sua figlioletta di appena due anni, Sophia Matilda.

Il 4 dicembre 1872 il brigantino fu avvistato da un’altra nave, la Dei Gratia. La Mary Celeste si trovava tra le coste portoghesi e le isole Azzorre, ed era alla deriva a vele spiegate verso lo stretto di Gibilterra. Non vi erano segni della presenza dell’equipaggio a bordo. Un gruppo di marinai della Dei Gratia fu inviato a bordo.

La Mary Celeste era deserta: l’equipaggio era scomparso. La nave era in discrete condizioni, anche se era completamente grondante d’acqua. Solo una delle pompe era in funzione, e nella stiva vi era fino ad un metro d’acqua. Alcune delle sue vele erano strappate.

La bussola era rotta, il sestante ed il cronometro marino mancavano e la sua unica scialuppa era mancante e sembrava essere stata intenzionalmente messa in mare piuttosto che strappata via da una tempesta, il che lasciava pensare che la nave fosse stata deliberatamente abbandonata.

Il carico di 1701 barili di alcol era intatto, anche se, una volta a Genova, si scoprì che nove barili erano vuoti. A bordo vi erano ancora scorte di acqua e di cibo per sei mesi. La maggior parte delle carte di bordo mancavano.

Le ultime annotazioni rimaste riferivano che la nave era giunta in vista di Santa Maria delle Azzorre il 25 novembre. Il brigantino fu condotto in porto a Gibilterra dagli uomini della Dei Gratia e successivamente sequestrato dai funzionari inglesi.

Nessuno degli uomini scomparsi dalla Mary Celeste fu mai ritrovato, né si seppe mai cosa accadde loro. Nel 1873 furono segnalate due scialuppe di salvataggio nell’entroterra spagnolo, una avente una bandiera americana a bordo, l’altra contenente cinque corpi. Tuttavia questi corpi non sono mai stati identificati.

La Terra del Fuoco

Un altra trappola per imbarcazioni e marinai è rappresentata dalla Terra del Fuoco, un arcipelago al largo della punta meridionale del Sud America. Durante il suo primo viaggio intorno al mondo iniziato nel 1520, il famoso navigatore Ferdinando Magellano avvisto numerose luci in movimento nei pressi dell’arcipelago.

Alcuni pensarono che si trattasse di torce accese posizionate su zattere alla deriva. L’ipotesi ispirò il navigatore che chiamo l’arcipelago “Terra del Fuoco”. Le cronache raccontano di un terribile avvenimento accaduto molti secoli dopo, e che ancora oggi rimane avvolto nel mistero.

Nel mese di ottobre del 1913, i marinai a bordo di una nave britannica avvistarono un vascello sconosciuto alla deriva. Quando abbordarono la nave, i marinai scoprirono che il ponte della nave era completamente marcio e, con loro sommo orrore, scoprirono 20 scheletri che presumibilmente rappresentavano quello che rimaneva dell’equipaggio originario.

Gli scheletri erano stati ritrovati seduti nella maniera usuale, nella postura di chi è impegnato in una lunga, quanto noiosa, traversata oceanica. Tutte le merci e le attrezzature della nave erano rimaste intatte e nulla fuori posto. I documenti ritrovati a bordo rivelarono che la nave era partita da un porto della Nuova Zelanda 23 anni prima, in direzione di Londra, con un carico di lane e carne congelata.

Cosa sia successo alla nave e al suo equipaggio rimane ancora un mistero. Tuttavia, incontri con navi “fantasma” o con cimiteri galleggianti non sono così rare in mare aperto.

Il Triangolo del Michigan

Non solo il mare custodisce segreti e luoghi misteriosi. Il lago Michigan negli Stati Uniti, per esempio, è stato teatro di numerosi avvistamenti di oggetti misteriosi e di aerei fantasma.

Secondo quanto scrive Dwight Bower, uno storico marino, nel suo libro “Strange Adventures of the Great Lakes”, la leggenda del Triangolo del Michigan nacque nel 1937, quando il capitano George Donner scomparve misteriosamente dalla cabina del bastimento durante una consegna di routine di carbone.

Pare che il capitano avesse precisato di voler essere svegliato nel momento in cui la nave avesse raggiunto il porto. Ma quando i suoi uomini si recarono nella sua cabina non riuscirono a trovarlo, nonostante la sua porta fosse chiusa dall’interno.

Tredici anni dopo, il 23 giugno 1950, il volo 2051 della Northwes Airlines, un DC-4 in servizio tra New York e Seattle con 55 passeggeri a bordo, scomparve nel nulla nel cuore della notte, nel momento in cui si trovava a passare sul Triangolo del Michigan a 1100 metri di altezza.

In un primo momento si penso che l’aereo fosse precipitato nel lago, ma le ricerche dei sommozzatori diedero esito negativo. Ancora oggi il relitto non è stato ritrovato, nonostante la Shipwreck Research Associates organizzi annualmente una ricerca approfondita per cercare di spiegare l’incidente.

Tutti gli altri triangoli (oltre a quello delle Bermuda) | Il Navigatore Curioso

 

La scienza non esclude che in passato l’Antartide possa essere stato un luogo dal clima temperato. E’ possibile che alcune immagini scattate in Antartide rivelino l’esistenza di piramidi sotto i ghiacci del Polo Sud?

piramidi polo sud antartide

 

Se osserviamo le civiltà che hanno popolato il nostro pianeta fin dalla notte dei tempi, la forma piramidale dei monumenti sembra essere quella più apprezzata dagli antichi costruttori e, allo stesso tempo, la più enigmatica.

La piramide è stata utilizzata come tipologia in architettura soprattutto in Egitto e da alcune civiltà precolombiane nell’America centrale. Eppure, diversi archeologi contemporanei continuano a scoprire edifici monumentali di forma piramidale in ogni angolo del pianeta.

In tal senso, la scoperta più recente è quella eseguita da Danny Hilman, geologo senior del Centro Indonesiano per la Ricerca geotecnica e titolare di un dottorato di ricerca presso l’Istituto di Tecnologia della California.

Il team guidato da Hilman sta lavorando sul sito di Ganung Padang, una collina nascosta tra i vulcani indonesiani e che potrebbe essere il monumento più antico mai scoperto. Il ricercatore, infatti, ritiene che le strutture visibili sulla collina facciano parte di una piramide che potrebbe risalire a più di 9 mila anni fa.

L’anno prima, nell’agosto del 2012, l’archeologa amatoriale Angela Micol ha annunciato di aver individuato alcune piramidi sconosciute attraverso le fotografie satellitari di Google Earth.

Secondo la ricercatrice, le strutture visibili dall’alto farebbero impallidire le tre piramidi della Piana di Giza. A quanto pare, alcune conferme sarebbero arrivate da una spedizione preliminare inviata alle coordinate della scoperta, dove è stata rilevata l’esistenza di cavità e pozzi. Inoltre, è emerso che queste formazioni sono etichettate come ‘piramidi’ su diverse mappe dell’antichità.

Ma la vera sorpresa potrebbe arrivare da alcune immagini scattate da un gruppo di esploratori impegnati nella scalata del Massiccio Vinson, la montagna più alta dell’Antartide, situata a circa 1.200 km dal polo sud. La montagna è lunga circa 21 km e larga circa 13. Si trova all’interno della catena del Sentinel Range.

L’immagine è stata scattata l’1 dicembre 2010. Sul fondo si erge quella che a detta di alcuni osservatori sembra essere una piramide di origine non naturale. La curiosa formazione si trova in una zona interna a circa 18 km dalla costa antartica.

Nella stessa spedizione è stata scattata un’altra immagine nella quale si vedono due strutture a forma di piramide nei pressi della costa.

Sono formazioni montuose particolarmente precise scolpite dalla natura, oppure potrebbe trattarsi di altri monumenti costruiti dalla mani di antichi uomini?

Abbiamo cercato le immagini satellitari su Google Maps, ma l’area geografica dove sono state individuate le ‘piramidi’ risulta non accessibile: non si capisce se la zona non sia stata coperta dai satelliti, oppure se sia stata censurata deliberatamente (c’è sempre qualche teorico del complotto tra noi!).

Visualizza Antartide in una mappa di dimensioni maggiori

Una piramide a gradoni al Polo Sud

Ma le foto scattate dagli esploratori non sono le uniche immagini a fornire indizi sull’esistenza di piramidi sotto i ghiacci del Polo Sud. Tra i ghiacci sterminati dell’Antartide esiste la Princess Elisabeth Station, una base di ricerca scientifica belga entrata in servizio nel 2009.

Renè Robert, un fotografo esploratore francese, ha scattato alcune immagini nei pressi della base davvero intriganti. Nelle foto si può vedere un struttura simile ad una piramide a gradoni, proprio a ridosso della stazione di ricerca.

Di cosa si tratta? Una semplice formazione naturale prodotta da una bizzarra erosione della roccia? Oppure è la prova più evidente dell’esistenza di un’antica civiltà antartica scomparsa in tempi remoti?

Per osservare le immagini potete utilizzare Google Maps alle coordinate -71.95207, 23.346891 e attivare la funzione “Foto”. In alternativo potete cercare le immagini scattate da Robert sulla sua pagina di Panoramio.

Le formazioni sono parzialmente coperte di neve ed è oggettivamente difficile stabilire se si tratti di montagne particolarmente squadrate e simmetriche, oppure di vere e proprie piramidi.

Ma se le formazioni dovessero rivelarsi di origine artificiale, significherebbe che in un tempo remoto il continente antartico ospitava una civiltà complessa quanto quella che ha realizzato le piramidi di Giza e che la coltre di ghiaccio del Polo Sud potrebbe custodire le antiche vestigia di una civiltà perduta.

Naturalmente, l’ipotetica costruzione di tali piramidi risalirebbe ad un periodo geologico nel quale l’Antartide era completamente privo di ghiacci. In tal caso, bisognerebbe riscrivere tutta la storia dell’umanità, dato che una scoperta del genere porterebbe indietro le lancette della storia di molte migliaia di anni, almeno al periodo in cui non vi erano ghiacci al Polo Sud.

Un Antartide tropicale estremamente antico

La scienza non esclude che in passato l’Antartide possa essere stato un luogo dal clima temperato. Secondo uno studio pubblicato su Nature, di cui dà conto il sito web della Bbc, circa 53 milioni di anni fa sulle coste dell’Antartide cresceva una rigogliosa vegetazione tipicamente tropicale. A provarlo sono i resti di pollini e spore recuperati dagli autori della ricerca nel corso di trivellazioni sul posto.

Lo studio indica anche che in quell’epoca geologica in Antartide le temperature superavano i 10 gradi, mentre in estate potevano raggiungere i 25 gradi. Il motivo di tale innalzamento delle temperature non è stato ancora del tutto identificato, probabilmente si è trattato di un’azione congiunta di vari fattori, innescata da potenti eruzioni vulcaniche e dalla diversa circolazione delle correnti oceaniche.

La teoria dello Slittamento Polare è l’ipotesi secondo la quale gli assi di rotazione di un pianeta non sono sempre stati nella stessa posizione di quella attuale o che non vi rimarranno in futuro.

In altre parole che i poli fisici di un pianeta si sono, o saranno, spostati. Questo fenomeno è quasi sempre legata al contesto della Terra, ma anche altri corpi del Sistema Solare potrebbero aver subito un riorientamento assiale durante la loro esistenza.

Gli effetti di uno slittamento influiscono sui principali cambiamenti climatici della maggior parte della Terra, come aree che prima formavano la zona equatoriale possono divenire più miti, e aree che prima avevano un clima più temperato possono invece divenire regioni o più equatoriali o più artiche.

15 mila anni fa Antartide senza ghiacci?

Secondo uno studio dei ricercatori della scuola politecnica federale di Losanna pubblicato sulla rivista “Palaeogeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology“, l’ultima era glaciale si sarebbe conclusa circa 14.500 anni fa.

Lo studio rivela che l’Europa si sarebbe riscaldata di 5 gradi centigradi e che lo scioglimento dei ghiacciai avrebbe liberato in atmosfera ossido di azoto, accelerando a sua volta il processo. I ricercatori affermano che la maggior parte della sostanza sarebbe stata sprigionata dalle piante che cominciavano a prosperare proprio nelle aree appena riscaldate.

Uno slittamento polare avvenuto 14.500 anni fa, avrebbe potuto spedire l’Antartico nell’attuale posizione polare, generando un repentino congelamento di tutto ciò che vi era sopra?

L’unica cosa certa è che questa transizione è avvenuta in coincidenza di una delle solite crisi inspiegate, tanto grave da costituire lo spartiacque fra due ere geologiche, il Pleistocene e l’Olocene.

L’era pleistocenica giunge al suo termine, segnato da un imponente risveglio dell’attività vulcanica, da terremoti spaventosi, testimoniati dal crollo delle volte nella maggior parte delle caverne del mondo, e da immani alluvioni, che travolgono milioni di animali.

In tutto il mondo ci sono testimonianze di ecatombi agghiaccianti. Come spiegare questa transizione traumatica? Le teorie che cercano di spiegare la causa di uno slittamento polare sono molteplici:

- un asteroide o una cometa velocissimi che colpiscono la Terra con un tale angolo di impatto che la litosfera si muove indipendentemente dal mantello terrestre;

- un asteroide o una cometa velocissimi che colpiscono la Terra con un angolo di impatto in grado di spostare gli assi dell’intero pianeta;

- un oggetto celeste di magnetismo insolito che passa sufficientemente vicino alla Terra da riorientare temporaneamente il campo magnetico, trascinando la litosfera verso un nuovo asse di rotazione.

Eventualmente il campo magnetico del sole ridetermina di nuovo quello originario della Terra, una volta che il corpo celeste ritorna a una distanza dalla quale non è più in grado di influenzare la Terra;

- una perturbazione della topografia dello strato di confine tra nucleo e mantello, forse indotta dalla diversa rotazione del nucleo e dallo slittamento del vettore di rotazione assiale, comanda la ridistribuzione della massa dello strato di confine;

- la ridistribuzione della massa nel mantello a causa di valanghe di mantello o altre deformazioni.

Correlazione con le Piramidi di Giza

Secondo alcuni ricercatori, la lettura astronomica della posizione delle Piramidi di Giza fornirebbe un ulteriore riferimento a datazioni che superano i 10 mila anni. La Teoria della Correlazione di Robert Bauval e Adrian Gilbert, afferma che la costruzione delle Piramidi di Giza sarebbe avvenuta in un periodo anteriore al 10.500 a.C.

I due ricercatori hanno scoperto che la posizione delle tre principali piramidi della necropoli di Giza corrisponda alla configurazione astronomica del cielo visibile nel decimo millennio avanti cristo. Le tre piramidi richiamano le tre stelle della cintura della Costellazione di Orione. Secondo gli autori, questa correlazione fu volontariamente creata da chi costruì le piramidi di Giza.

Il riferimento alla data di 12.500 anni fa è significativo per Hancock, dato che la posizione delle piramidi indicherebbe il momento preciso in cui una civiltà avanzata precedente alla nostra ha visto il suo tramonto a causa di un cataclisma globale.

Nel suo libro Impronte degli Dei, Graham Hancock ha trovato delle piste di riflessione che conducono tutte verso un punto preciso. Secondo Hancock, le Piramidi sono state costruite in ogni cultura del pianeta e i loro monumenti contengono configurazioni astronomiche più o meno evidenti.

In questo saggio di ampio respiro Graham Hancock tenta di mettere ordine nel caos della preistoria del genere umano.

Partendo da antiche testimonianze di numerose popolazioni  e mettendoli a confronto da un lato con i miti e le leggende universali, dall’altro con lo studio di mappe risalenti a tempi remoti, lo studioso ipotizza l’esistenza di un popolo dotato di un’intelligenza superiore, in possesso di sofisticate tecnologie e dettagliate conoscenze scientifiche, le cui “impronte”, però, vennero del tutto cancellate da una catastrofe d’immani proporzioni.

Possibili piramidi al Polo Sud? Fotografie intriganti in Antartide | Il Navigatore Curioso

 

Se ne contano a migliaia e si estendono su una regione che va dalla Siria fino all’Arabia Saudita. Possono essere notate solo dal cielo e sono praticamente sconosciute al grande pubblico. Cosa sono le enigmatiche "Ruote di Pietra", chi le ha costruite e, soprattutto, a cosa servivano?

ruote di pietra

Vengono considerate dagli archeologi come la versione mediorientale delle Linee di Nazca, i famosi pittogrammi giganti tracciati sul suolo del deserto del Perù.

Gli archeologi impegnati nello studio hanno definito queste strutture circolari “Ruote di Pietra”. Ne hanno contate migliaia e presentano una grandissima varietà di disegni, con una caratteristica in comune: quella di presentarsi come un cerchi con dei raggi che partono dal centro.

Ora, con l’ausilio della mappatura satellitare e delle fotografie aerea eseguite in Giordania, i ricercatori stanno acquisendo nuove informazioni su queste misteriose formazioni, le quali sembrano avere origine in un passato molto antico.

“Le strutture in pietra che stiamo osservando in Giordania risultano molto più numerose, molto più grandi in estensione e molto più antiche delle Linee di Nazca”, spiega David Kennedy, coordinatore della ricerca e professore di storia antica presso la University Of Western Australia.

Lo studio di Kennedy rivela che queste ruote fanno parte di una varietà di strutture che occupano un territorio vastissimo e che sono composte da pareti e altri elementi sconosciuti che si snodano per centinaia di metri, senza avere alcun utilizzo pratico apparente.

L’unico modo per accorgersi delle ruote è attraverso le fotografie aeree della zona e a Google Earth, in quanto le strutture sono praticamente invisibili da terra. “Per migliaia di anni carovane di uomini hanno camminato per questi territori senza rendersi mai conto dell’esistenza di queste strutture”, spiega Kennedy.

Ma a cosa servivano?

Il ricercatore e la sua equipe sono molto perplessi circa l’utilizzo di queste antiche strutture. Il problema è che nessuna di queste ruote è stata finora oggetto di scavo, cosa che rende molto complicato comprendere lo scopo per il quale sono state realizzate.

Dallo studio delle immagini, gli archeologi ipotizzano che si possa trattare di antiche abitazioni o di cimiteri, ma per Kennedy nessuna di queste ipotesi è convincente.

“Ci troviamo di fronte a costruzioni che sono state realizzate nel corso di centinaia di anni, quindi deve esserci una qualche tradizione culturale che spingeva le persone a costruire queste strane strutture circolari”.

A che epoca risalgono?

Il mancato scavo delle ruote rende problematica anche la collocazione cronologica delle strutture. Alcune di esse sembrano risalire alla preistoria, con una datazione che si spinge fino ai 9 mila anni fa, mentre quelle più recenti potrebbero risalire a non più tardi di 2 mila anni fa.

Ma per il professor Kennedy la domanda più intrigante rimane quella sul reale utilizzo di queste curiose strutture: “Il vero mistero è: a che servivano?”, e soprattutto: chi le ha costruite?

L’enigma delle “Ruote di Pietra” del Medio Oriente | Il Navigatore Curioso

 

Voyager 1, la sonda lanciata nello spazio dalla Nasa nel 1977, ha catturato la prima registrazione in assoluto dei suoni nello spazio interstellare, proprio mentre si appresta a diventare il primo veicolo spaziale a lasciare il Sistema Solare.

voyager 1 audio interstellare

La Voyager 1 continua a far parlare di sé, procurandosi diverse citazioni nei libri di storia che leggeranno i nostri posteri.

Dopo essersi conquistata la fama di prima navicella spaziale a lasciare il sistema solare, la sonda della Nasa ha inviato a terra una registrazione audio davvero eccezionale, dove è possibile ascoltare per la prima volta nella storia i suoni dello spazio interstellare.

Tra novembre 2012 e maggio 2013, gli strumenti a bordo della Voyager 1 hanno registrato le vibrazioni causate da una densa onda di plasma interstellare o gas ionizzato.

Il grafico associato al video diffuso dalla Nasa mostra la frequenza delle onde che indicano la densità del plasma. Il colore rosso segnala le onde di plasma più intense, mentre il blu quelle più deboli.

L’audio riproduce l’ampiezza e la frequenza delle onde di plasma, così come le ha ‘percepite’ Voyager 1. Le onde sono state semplicemente rilevate dalle antenne della sonda, poi amplificate e riprodotte con un altoparlante.

“Quando si ascolta questa registrazione, si prega di riconoscere che si tratta di un evento storico”, ha detto in una conferenza stampa Don Gurnett, ricercatore del programma Voyager. “E’ la prima volta nella storia che abbiamo ottenuto una registrazione di suoni nello spazio interstellare”.

A distanza di 36 anni dal lancio, c’è ancora una squadra in contatto con le due sonde Voyager. Tuttavia, a causa dell’estrema distanza della Voyager 1 (attualmente a circa 19 miliardi di chilometri della Terra), i segnali inviati a Terra impiegano circa 17 ore per essere ricevuti.

Nonostante l’anzianità di servizio, la Voyager 1 gode ancora di ottima salute. La missione principale del programma Voyager Interstellar è quella di esplorare i pianeti del Sistema Solare, per poi raggiungere lo spazio interstellare.

In realtà, secondo la Nasa Voyager 1 ha lasciato il sistema solare più di un anno fa. Ma non tutti i ricercatori erano d’accordo. In effetti, non esiste una linea di demarcazione oltre la quale non si è più nel sistema solare.

Più volte, nei mesi passati il veicolo spaziale sembrava sul punto di lasciare il nostro sistema planetario, ma soltanto adesso è arrivata la conferma definitiva del grande passo nello spazio interstellare.

Secondo i dati pubblicati dalla rivista Science la sonda si trova in una regione di transizione immediatamente al di fuori della bolla solare, dove però alcuni effetti generati dalla nostra stella sono ancora evidenti.

“Ora che ci sono giunti i nuovi dati, crediamo che questo sia un momento storico per il genere umano”, ha dichiarato Ed Stone, uno dei responsabili del progetto Voyager con sede presso il California Institute of Technology (Caltech) di Pasadena.

La sonda Voyager 1 continuerà a inviare dati sulla Terra almeno fino al 2020 anche se il suo segnale è molto debole: solo 23 watt, l’equivalente di una lampadina di frigorifero. Per riceverlo si utilizzano una serie di antenne che hanno un diametro che varia da 34 a 70 metri.

Insieme alla Voyager 1 viaggia verso l’esterno del Sistema Solare anche la gemella Voyager 2, lanciata 16 giorni prima ma che, avendo intrapreso un tragitto diverso, si trova ora a ‘soli’ 15 miliardi di chilometri da noi.

Entrambe le sonde sono messaggeri cosmici dell’umanità: a bordo hanno entrambe il messaggio più completo inviato dall’uomo a una civiltà extraterrestre inciso su un disco d’oro.

Prima di recapitarlo ad un’eventuale civiltà aliena, comunque, la Voyager 1 dovrà viaggiare ancora a lungo: almeno 40 mila anni prima di raggiungere un’altra stella intorno alla quale potrebbero ruotare pianeti abitati.

Se un alieno dovesse trovare il disco e riuscisse a decifrare le istruzioni per vederne le 115 immagini e per ascoltarne i suoni, conoscerebbe le voci della natura e quelle umane, che salutano in 55 lingue di tutti i continenti e di tutte le epoche, e inoltre potrebbe ascoltare le musiche di Bach e Mozart, fino al Rock and Roll.

L’ideatore del disco d’oro delle Voyager è stato l’astronomo Carl Sagan, uno dei più celebri scrittori di fantascienza e padre del programma Seti (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) finalizzato a scoprire forme di vita aliena.

La sonda Voyager 1 registra il suono dello spazio interstellare | Il Navigatore Curioso

 

«Non l’ho mai detto a nessuno, solo alla mia famiglia, e voglio che la gente sappia che questo è qualcosa che non dimenticherò mai. Ho 72 anni, e questa cosa esiste», ha dichiarato Roberto Moreira, un pensionato che ha preso la decisione di raccontare nel dettaglio il suo incontro ravvicinato con un UFO, a seguito di una serie di episodi molto strani a Jujuy, tutti legati all’avvistamento di oggetti volanti non identificati.

Tutto è cominciato quando il quotidiano El Tribuno di Jujuy pubblicò i racconti dei residenti locali che affermavano di aver visto luci nel cielo. Moreira lesse gli articoli e decise di farsi avanti.


«Quando ho letto il resoconto della signora Angela de Ponce ho deciso di raccontare la mia storia», ha spiegato il testimone, che vive a Mariano Moreno. «È vero che quando la gente sente la mia storia ride, o non ci crede, ma quello che sto per dirvi è quanto è successo. Se avessi una Bibbia, ci metterei una mano sopra e giurerei. A Dio non mento», ha dichiarato l’uomo, raccontando che una notte del marzo 1997 era in servizio presso l’impianto di acqua di soda Barrio Norte. Al tempo, l’impianto si occupava di imbottigliamento e c’era un bacino di affluenza in servizio, con una piscina lunga 20 metri e con ingressi e uscite. Era vicino al fiume e illuminato. Questo particolare è importante, perché il testimone ritiene che l’equipaggio dell’UFO fosse specificamente interessato all’acqua. «Erano circa le tre del mattino e dovevo analizzare il liquido, il suo livello di PH. Vicino all’impianto c’era un lavandino in cui erano stati preparati dei contenitori con il liquido. Andai fuori con uno di essi in ogni mano, ma prima di versarne il contenuto mi girai, come a stirarmi, e fu allora che lo vidi. Era un disco volante ed era proprio lì, a una ventina di metri di distanza, come da qui alla casa di fronte a noi, a un’altezza di due o tre piani, più o meno. Era grigio, grigio scuro, grande, grande come una casa o un po’ di più», ha raccontato Moreira.

Il pensionato ha descritto quella che potrebbe essere considerata una navicella spaziale, priva di aperture o luci, e che non emetteva alcun suono. Stava sospesa in direzione del Ponte Paraguay. «Guardai i lati per vedere se c’era qualcosa di più. Come prima cosa corsi a un telefono per chiamare la guardia di sicurezza, un giovane soprannominato Huaranca. Gli dissi di scendere in fretta, di interrompere tutto. Poi andai di nuovo fuori, ma non c’era più. Erano trascorsi pochi secondi, dieci, quindici, non lo so. Huaranca mi credette. Ero agitato, come se avessi corso dieci chilometri. Penso che vengono per qualcosa. L’acqua deve aver attirato la loro attenzione, gli aeratori della piscina, che fanno un sacco di bolle. Non lo so. Il laghetto era illuminato. Proviamo a credere che queste cose esistono. È la prima volta che ne discuto, in modo da farlo sapere alla gente».

Quello che ha spinto Moreira a divulgare la sua esperienza è stata la storia di un’altra residente, Angela Ponce, riportata su un giornale: «Quando qualcuno afferma di averli visti, gli ascoltatori mettono in dubbio la storia, ridono o non ci credono», aveva detto la testimone prima di raccontare il possibile evento UFO a Barrio Kennedy. Per oltre due anni, aveva detto, era stato possibile osservare tre stelle in movimento nelle ore serali, intorno 19:30-20:00, soprattutto in autunno e in estate, dietro alla collina nei pressi del distretto Cerro Las Rosas. Nel luogo comunemente chiamato Cerro de la Cruz era emersa prima una stella gigante, «enorme e bellissima», diretta a nordovest verso le Ande. Mezzora dopo l’apparizione della prima stella, erano comparse anche la seconda e la terza. Secondo Angela Ponce, tutti quegli oggetti emanavano raggi di luce colorata di blu, rosso, arancio bianco e giallo. «Passavano proprio uno dietro l‘altro, e se si aspettava circa 90 minuti, spariscono», ha detto, aggiungendo che il fenomeno si verificava nelle stesse ore ogni giorno.

«L’ho raccontato ai parenti, agli amici, ai vicini di casa e ai passanti. Sono tutti d’accordo che non fossero stelle normali, ma che non erano nemmeno UFO, solo aerei… e l’hanno preso come uno scherzo o un errore». Quando il cielo non è troppo illuminato dalle luci della città, quello è il momento giusto per assistere al fenomeno, ha spiegato la testimone, che crede che le luci arrivino da Los Alisos e si dirigano verso ovest. Secondo le sue indagini, questi UFO sarebbero alla ricerca dell’acqua nel serbatoio.

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NOI E GLI EXTRATERRETRI – Il Blog su UFO e Alieni: "UN DISCO VOLANTE A VENTI METRI DA ME" IL RACCONTO DI UN OPERAIO ARGENTINO

 

L’esperimento ha avuto successo e uno studioso è stato in grado di ordinare tramite la propria mente di premere un tasto ad un collega seduto in un’altra stanza. Il collega ha mosso la mano, alzato il dito e premuto il tasto come se l’intenzione di agire fosse stata sua.

Poter sapere cosa passa per la testa di un’altra persona, letteralmente. Connettersi alla mente di un altro e conoscerne i pensieri, condizionarli, o esserne condizionato. Se una connessione cervello-macchina è stata resa possibile con le moderne scoperte tecnologiche, quella cervello-cervello sembra ancora retaggio di scrittori o sceneggiatori che dalla fantascienza hanno hanno preso spunto per creare opere entrate nel bagaglio culturale internazionale e diffusesi, ormai, anche nell’immaginario comune di tutti. Un percorso semplice, questo, che inizia là, dove la fantasia prende spunto dalla realtà e va oltre, diventando immaginazione; ma capita a volte che l’immaginazione crei qualcosa di tanto affascinante da rimbalzare indietro e colpire nuovamente il punto di partenza, la realtà: e in quel caso è la realtà a prendere spunto dalla fantasia.

I due ricercatori durante l’esperimento di telepatia nell’Università di Washington

Accade all’Università di Washington: il professore di ingegneria informatica Rajesh Rao è riuscito a inviare un comando con il pensiero al cervello del collega Andrea Stocco, assistente professore di psicologia, il quale di riflesso ha eseguito l’ordine di premere un tasto.

La realtà che prende spunto dalla fantasia.

L’esperimento è stato condotto in due stanze separate con i due soggetti totalmente all’oscuro dei comportamenti e delle azioni l’uno dell’altro. Rao era seduto con un caschetto per il tracciamento dell’EEG davanti ad uno schermo che ritraeva un gioco elettronico dove l’obbiettivo era fare fuoco premendo la barra spaziatrice di una tastiera. Nell’altra stanza Stocco indossava un dispositivo per la “stimolazione magnetica intracranica” collegato ai centri della cosiddetta corteccia motoria, quella parte del cervello cioè che controlla le mani; il caschetto e il dispositivo indossato dallo psicologo erano entrambi collegati a due differenti computer connessi alla rete. L’esperimento ha avuto successo, Rao ha pensato di premere il tasto della tastiera ma è stato Stocco a muovere la mano e fare fuoco. I comandi mentali di Rao sono stati registrati da un computer e spediti tramite internet all’altro terminale presente nella stanza del collega che ha risposto positivamente agli stimoli muovendo il dito della mano destra e premendo il tasto come se l’intenzione di agire fosse stata sua.

Si tratta del primo passo verso il cosiddetto “reverse engineering” dei segnali cerebrali, la trasmissione cioè di questi segnali da un cervello a un altro.

Il prossimo passo?

Mettere in comunicazione diretta i due cervelli e creare un flusso ambivalente di informazioni: farli “parlare tra loro”.

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NOI E GLI EXTRATERRETRI – Il Blog su UFO e Alieni: TELEPATIA: ESPERIMENTO DELL’UNIVERSITA’ DI WASHINGTON CONFERMA LA PRIMA CONNESSIONE TRA DUE CERVELLI